Cafarnao, caos e miracoli nel nuovo film di Nadine Labaki

Cafarnao racconta una realtà cruda e spiazzante. Entra nel quotidiano di quelle persone la cui miseria è quasi una sorta di fatalità della quale non possono sbarazzarsi

«Una serie di risonanze hanno reso magica tutta questa avventura – rivela Nadine Labaki». E se l’intenzione della regista era quella di utilizzare il suo mestiere come un’arma per indurre lo spettatore alla riflessione direi che è riuscita pienamente. Nadine, nasce in Libano, cresce durante la guerra civile, classe 1974, è attrice, regista e sceneggiatrice libanese.

Nel film Cafarnao racconta le peripezie di Zain, un bambino di soli 12 anni, che decide di intentare una causa contro i suoi genitori per averlo generato quando non erano in grado di crescerlo in modo adeguato. Costretto a vivere in una topaia insieme ai suoi fratelli e alle sue sorelle, obbligato a lavorare duro per guadagnare qualcosa da portare a casa, rinunciando così all’intera infanzia.

La battaglia di questo bambino maltrattato, i cui genitori non sono stati all’altezza del loro ruolo, risuona come il grido di tutti gli individui trascurati dai nostri sistemi, una denuncia universale attraverso il candore dei suoi occhi. Zain non sa cosa significhi sorridere, non conosce la leggerezza della vita, la spensieratezza della sua età, lui che scopre di non avere nessun tipo di documento, di non conoscere nemmeno la sua data di nascita, ha il coraggio di imporsi per diventare un uomo migliore.

Il film, la cui durata è di 123 minuti, ha la capacità di far entrare pienamente lo spettatore nel racconto e nella vita di questo ragazzino, facendo scorrere quei minuti così velocemente da sembrare secondi. «L’idea di costruire Cafarnao attorno alla questione dei bambini maltrattati è nata parallelamente al lavoro di brainstorming – afferma Labaki – tornando a casa dopo una serata, ero ferma al semaforo rosso e ho visto, proprio sotto la mia finestra, un bambino assopito tra le braccia di sua madre che mendicava su un marciapiede deserto. La cosa per me più scioccante – continua Nadine – era che quel piccolo, che avrà avuto due anni, non piangeva, non chiedeva niente e sembrava non desiderare altro che dormire. L’immagine dei suoi occhi che si chiudevano non mi ha più abbandonata, al punto che rientrando a casa ho sentito l’esigenza di farne qualcosa. Mi sono messa a tratteggiare il volto di un bambino che grida in faccia agli adulti, come se volesse rimproverarli di averlo messo al mondo, un mondo che lo priva di ogni diritto». Ecco come da stralci di vita quotidiana, da stralci di verità può nascere un film come Cafarnao, che riesce ad entrare nel cuore dello spettatore facendolo sentire impotente di fronte ad una realtà che, sempre più spesso, ci sembra impossibile cambiare.

La cosa che sconvolge maggiormente e che ad avere il coraggio di smuovere qualcosa è proprio un bambino. Un bambino che non si arrende di fronte all’ingiustizia e all’egoismo, spinto anche dall’amore infinito che prova nei confronti della sorella morta così giovane e data in sposa all’età di 11 anni ad un uomo che tutto avrebbe fatto tranne che amarla e rispettarla. Cafarnao tocca temi importanti: l’immigrazione clandestina, i lavoratori stranieri, i bambini maltrattati, il concetto di frontiera, l’esigenza di avere un pezzo di carta che dimostri la nostra esistenza, senza il quale non contiamo nulla, la paura dell’altro, il razzismo. Nadine, con la sua narrazione fluida, riesce a raccontare tutto questo con estrema delicatezza. Inoltre, gli occhi e l’interpretazione del piccolo Zain El Hajj lasciano senz’altro il segno.

Autore dell'articolo: Rosy Della Ragione