Venezia 75 Dead Women Walking, la crudezza delle esecuzioni capitali

Nove storie raccontate dalla regista Hagar Beh-Asher con "Dead Women Walking": un toccante ritratto della vita in attesa della morte

Nove donne condannate alla pena capitale rinchiuse nel braccio della morte, in attesa dell’esecuzione. Hagar Ben-Asher, regista e sceneggiatrice israeliana, ha portato a Venezia il suo Dead Women Walking, selezionato tra gli eventi speciali ed in collaborazione con il Tribeca Film Festival. Non c’è scampo, Hagar Ben-Asher ci mette di fronte nove ritratti di donne che hanno commesso omicidi, efferati. Attendono la ‘punizione’ decretata dalla ‘giustizia umana’. La narrazione è nuda, nessuna concessione didascalica a ragionamenti sociologici. Il film è la messa in visione di una realtà dura, quella dell’umanità coinvolta e allo spettatore è richiesto sì uno sforzo emotivo: misurare la propria compassione. Questa sta prima e sta dopo ogni altra valutazione.

Le storie, che durano ciascuna poco più di 10 minuti, concorrono insieme a comporre  il mosaico del tempo di attesa. Si svolgono in un lasso temporale che si avvicina sempre di più al momento dell’esecuzione, in un crescendo di tensione emotiva ed ineluttabilità. Il primo episodio racconta di Donna Black, interpretata da June Carryl. È in attesa dell’appello finale per la grazia richiesta. Le sarà negata. L’avvocato le chiede di non sorridere, almeno durante quest’ultima seduta. Deve mostrare pentimento, ma il sorriso di Donna è largo, nonostante lo sforzo. Gli unici soddisfatti sono i giornalisti che la ritraggono. Smette si sorridere solo quando vede suo figlio, ma non può smettere di canticchiare la filastrocca che entrambi conoscono. Wendy (Joy Nash) aspetta che la famiglia venga a farle un’ultima visita. Vorrebbe vedere sua madre, sentirla almeno a telefono. Non accadrà. Potrà giocare a carte fuori dalla cella con la sua amica. Condannate a morte entrambe. Per un attimo esistono nella pietà delle guardie carcerarie che concedono loro un ‘arrivederci a presto’ al di là delle sbarre. Helena, interpretata da una struggente Maya Lynne Robinson, sceglie con cura gli oggetti da riporre in una scatola. È destinata a quel figlio ormai diciottenne (Ashton Sanders) che nato in carcere, fu dato in adozione. Pochi minuti per coprire anni. Un gesto semplice per colmare tutti i vuoti. Nel quarto ritratto, Dale Dickey è straordinaria nel ruolo di suor Rebecca, guida spirituale di Ruth (Bess Rous). La speranza di poter assistere la giovane donna nell’ultimo istante si infrange sull’intransigenza delle procedure. Non le resta che pregare il direttore di lasciare che Ruth possa fumare un’ultima dose di crack. Gliela procura un poliziotto spacciatore e Ruth la fuma all’aperto: nessuno guarda, nemmeno Dio. Il sole acceca e così sia. Dorothy (Dot-Marie Jones) viene trasferita alla casa circondariale dove verrà eseguita la sentenza. Una delle guardie che l’accompagnano è un suo ex compagno di scuola e suo fan. Dovrebbe ringraziarlo. Lui e la sua famiglia, compresi i 6 bambini, hanno seguito le sue vicende giudiziarie dall’inizio. È l’unica persona che conoscono che è una sorta di star in tv. A Celine (Lynn Collins), resta un’ora da vivere. Non ha mangiato ancora il suo ultimo pasto. Preferisce guardare il documentario che racconta della mattanza di cui lei sarebbe responsabile. Becky (Maya Eshet) vuole arrivare all’appuntamento con il suo amato, bella e pulita. Fa una doccia e nel mentre consegna i suoi ricordi alla guardia carceraria che la piantona. Per ravvivare quelle labbra pallide, senza un rossetto a portata di mano, potrà bastare il rosso di un evidenziatore preso in prestito dall’ufficio del direttore. Mancano 15 minuti. La madre di una vittima incontra la madre della condannata. Di Dianne sentiamo solo le ultime parole. Pochi istanti ed è la fine. La rabbia ed il desiderio di vendetta non colmano i vuoti; la giustizia li ha solo raddoppiati: non ci sono più vittime né assassini, solo reciproca compassione. Nell’episodio finale la protagonista è la ritualità che accompagna l’esecuzione: quella di Donna Black. Il mosaico temporale è completo.

Hagar Ben-Asher non indugia sulla giustezza o meno della pena capitale. La potenza del film è tutta nell’espressione della umanità che vive nei bracci della morte. I personaggi tutti, guardie, funzionari, medici  si muovono in attesa dell’evento, la morte annunciata ed attesa non solo dalle condannate.  La gestualità di tutti è quella del dovere a cui non ci si sottrae se con degli strappi empatici, da assecondare al di là dei crimini: il realismo filmico è uno schiaffo, e alla fine ci si può solo destare, in consapevolezza.

Autore dell'articolo: Imma Tuccillo Castaldo