French Dispatch, la recensione del film di Wes Anderson

Il regista americano rende omaggio alla prestigiosa rivista The New Yorker. Un ritratto bizzarro e grottesco con un cast all star che va da Bill Murray a Benicio Del Toro, da Frances McDormand a Tilda Swinton, da Timothée Chalamet a Owen WIlson. In sala dall'11 novembre

Murray interpreta Arthur Howitzer Jr., il fondatore di un supplemento al Liberty, Kansas, Evening Sun. The French Dispatch, l’ultimo film di Wes Anderson, presentato in anteprima all’ultimo Festival di Cannes, arriva nei cinema dal 11 novembre. E’ un affresco di cronache su una qualche cittadina francese in una dimensione alternativa. Un giorno giunge in redazione la notizie della  morte del direttore che ha lasciato anche un testamento dove ha stabilito che la pubblicazione dovrà essere chiusa immediatamente dopo la sua scomparsa.

Il suo personale decide così di pubblicare un memoriale sulle pagine dell’ormai defunto giornale, scegliendo le migliori storie riportate su carta nel corso degli anni. Ci imbattiamo in personaggi schiocchi, come il prigioniero, un poeta in bicicletta, lo chef di un commissario di polizia e un giovane rivoluzionario. Il fatto che persone come Frances McDormand e Tilda Swinton siano i narratori rende tutto ancora più intrigante.

La prima storia segue un pittore, Benicio Del Toro, che crea arte costosa (e usa una guardia nuda come modello) e finisce in prigione per aver commesso un feroce duplice omicidio. La cronaca viene affidata proprio alla Swinton  che vestita con un caftano op-art degli anni ’60, si produce in dichiarazioni selvagge su che cosa si intende oggi per arte.

La seconda storia è raccontata dal personaggio di Frances McDormand, una giornalista che presto si ritrova in una relazione sessuale molto scomoda con Timothee Chalamet. Il giovane attore interpreta un rivoluzionario a capo di una rivolta studentesca negli anni sessanta. Solo un conoscitore di Anderson potrà apprezzare i tanti riferimenti alle sue precedenti opere ed evitare di perdersi tra i vari segmenti della trama che non sempre trovano una loro collocazione temporale.  Come nella storia di Jeffery Wright (uno degli unici attori neri in questo film molto bianco),  che racconta il rapimento del figlio del commissario di polizia della città. Si va avanti così per tutto il film trascinati da quel desiderio di tornare indietro e rivivere ciò che si pensa di aver sentito.

Il film si svolge su uno di quei set di case delle bambole già visti in altri film del regista americano. Tutto è curato nei minimi dettagli. La storia procede attraverso capitoli che rendono ‘quadri viventi’ le singole storie dei giornalisti. Montaggi perfetti, campi lunghi artistici, panoramiche creative e scene di animazione e grafica estremamente casuali per tenere accesa l’immaginazione dello spettatore.

Se i film di Anderson hanno brillato grazie anche alle meraviglie della scenografia. The French Dispatch merita un cenno alla sceneggiatura colma di particolari deliziosi che vanno a comporre un bizzarro ma amorevole omaggio a riviste letterarie come il New Yorker, simbolo di un giornalismo che non c’è più.

 

Autore dell'articolo: Monica Straniero