La persona peggiore del mondo, la gioventù non è sempre spensierata

Il film è stato una delle sorprese del festival per il modo in cui il regista norvegese reinventa con ironia e profondità la commedia romantica: in dodici capitoli assistiamo all'educazione sentimentale di Julie, donna libera, imprevedibile e contraddittoria, alle prese con i problemi della sua generazione e a lungo divisa tra due uomini

Brillante e di bell’aspetto, Julie (Renate Reinsve) non è sicura su chi vuole essere. Abbandona la scuola di medicina per studiare psicologia, poi abbandona quella per la fotografia. Vicino ai 30 anni si ritrova a lavorare al dettaglio e vive con un fumettista indipendente (Anders Danielsen Lie) più grande di lei e desideroso di mettere su famiglia. La persona peggiore del mondo di Joachim Trier, al cinema dal 18 novembre,  è stata una delle sorprese della 74ª edizione del Festival di Cannes per il modo in cui il regista norvegese reinventa con ironia e profondità la commedia romantica. Julie non si sente pronta per i bambini, e non ama essere l’appendice sociale del suo famoso ragazzo. Scappa via da una festa letteraria in cui si sente ignorata e si intrufola a un ricevimento di nozze, dove incontra immediatamente uno sconosciuto (Herbert Nordrum). È qui che finalmente inizierà la sua vita adulta o è solo un’altra fase?

In dodici capitoli assistiamo all’educazione sentimentale di Julie, donna libera, imprevedibile e contraddittoria, alle prese con i problemi della sua generazione e a lungo divisa tra due uomini. Julie è un personaggio familiare: la cittadina nevrotica e privilegiata con così tante scelte che non riesce a scegliere. E’ sempre alla ricerca di nuove esperienze, sempre desiderosa di andare avanti. Al suo compleanno, viene messa di fronte alle fotografie delle sue antenate che alla sua età avevano già figli.  Il film prende  dolcemente in giro l’irrequietezza di Julie e punta il dito contro le pressioni sociali che le persone, in particolare le donne, subiscono se non si sono fatte una famiglia con prole.

Mentre all’inizio La persona peggiore del mondo va giù facilmente come un bignè, la trama si infittisce man mano che si sviluppa su un arco temporale di quattro anni divisi in 12 “capitoli”. I montaggi spensierati lasciano il posto a scenografie in cui emergono toni più scuri, con i panorami di Oslo come sfondo. Il film cattura l’energia feroce e l’iperbole della giovinezza, un tempo in cui ogni incontro casuale potrebbe deviare il corso della vita in una nuova direzione. La post-adolescenza a ruota libera di Julie trova nel cambiamento climatico un valido alleato per non riprodursi.

Trier fa ricorso al classico trucco da melodramma per far sì che il pubblico inizi a prendere più seriamente la storia di Julie. Il personaggio di Danielsen Lie inizialmente sembra poco definito, ma una volta che lui e Julie si separano, emerge più chiaramente l’archetipo dell’artista “spigoloso” della Gen X che cerca di difendere la sua eredità contro una generazione che è sempre online. La continua evoluzione della sua relazione con Julie ci ricorda che nella vita si può fare anche a meno del romanticismo.

Autore dell'articolo: Monica Straniero