“Spaccapietre” ha una soglia, il dolore dei poveri

Sottotitolo "La promessa", è la nuova opera dei fratelli De Serio. L'unica storia italiana in concorso alle Giornate degli Autori. Ambientata in Puglia è una denuncia contro lo sfruttamento dei braccianti e l'avvertimento che l'esasperazione ha un limite.

“Spaccapietre” è il nuovo film dei fratelli Gianluca e Massimiliano De Serio, con Salvatore Esposito. E’ l’unico film italiano in concorso alle Giornate degli Autori al  Festival del Cinema di Venezia. Ma “Spaccapietre”, sottotitolo “La promessa”, non è solo un un viaggio negli inferi del caporalato, del lavoro nero e dello sfruttamento dei braccianti. E’ l’avvertimento che l’esasperazione ha un limite. Quando sei così povero da essere schiavo, quando  non hai più nulla da perdere, la dignità, il riscatto, un gesto che libera, diventano più importanti della vita.

Il film si ambienta nella campagna Pugliese. Campi gialli sconfinati e battuti dal sole, un Kansas italiano percorso efficacemente dalle sonorità di Gatto Ciliegia contro il Grande Freddo. Il tempo è lento. Angela, bracciante, mamma di Antò, un ragazzino, e moglie di Giuseppe muore di stenti in una giornata di duro lavoro.  Il marito spaccapietre, rimasto disoccupato dopo un grave incidente in cava, prende con sé il figlio e va a lavorare nel campo della moglie. Paga infima, vivono  in una baracca nella tendopoli dei lavoratori stagionali.

 

Spaccapietre segue la loro entrata all’inferno, dopo la celebrazione del funerale con la fatica di lasciare la bara. Il padre promette al figlio: “La mamma ritornerà”. La tenerezza della madre scomparsa resta presente nel rapporto tra i due e fino alla fine del film.  Sfruttati, umiliati, arrangiati poco meglio che bestie, i due si fanno coraggio. Si aiutano nel lavoro, si sorreggono, affrontano insieme il sottomondo del lavoro nero,  delle ingiustizie, della ferocia e della violenza.

I paesaggi di una Puglia vasta e materna, calda e distante, fotografati con equilibrio ed eleganza da Antoine Héberlé si raccordano con questo rapporto filiale e stridono con la ferocia dei campi di lavoro.

Un passaggio centrale per cogliere lo spirito del film è quando Antò racconta al padre la storia del nonno. “Era lo Spaccapietre del paese. – ripete a memoria – Era un lavoro molto umile e nessuno gli metteva i piedi in testa. Ogni settimana face la fila all’ufficio di collocamento, ma stava antipatico a qualcuno. E dopo mesi che non riusciva a lavorare, prese per il collo un collocatore e lo riempì di botte”. È molto alta la soglia del dolore di un povero, ma esiste. Giunti alla tomba del nonno, il papà e il figlio, con in mano lo scalpello del nonno, recitano un’altra solenne promessa: “Infondi in questo martello, segno del tuo  lavoro e della tua dignità, la tua forza e veglia su di noi e sulla mamma”. Un martello che giocherà un ruolo importante in un riscatto al di là di ogni esasperazione possibile per Antonio e suo padre.

«In Spaccapietre – hanno spiegato i registi, i fratelli Gianluca e Massimiliano De Serio – arte e biografia personale si intrecciano inseparabilmente. La vicenda al centro del film prende spunto da un fatto di cronaca di qualche estate fa, la morte sul lavoro della bracciante pugliese Paola Clemente, e dall’assurda coincidenza con la morte di nostra nonna paterna, deceduta lavorando negli stessi campi nel 1958. E, come il padre di Giuseppe nel film, anche nostro nonno paterno, prima di partire per Torino negli anni ‘60, faceva lo “spaccapietre”. Il film è innanzitutto il tentativo di riappropriarci di un’anima, quella di nostra nonna mai conosciuta, attraverso la storia e il corpo di un’altra donna. Ma è anche un film d’amore paterno in cui affiorano puri i temi della morte, della violenza, della paura, dell’amore, della vendetta».

 

Diversi personaggi ruotano attorno ad Antonio, il vero protagonista del film, come figure arcaiche, ma quanto mai reali. Il Padrone-Orco, un fariseo vecchio e lascivo, ladro di quei reperti archeologici cui Antonio vorrebbe dedicare la sua vita, ma ladro anche della vita di sua madre;  i suoi collaboratori-carnefici senza scrupoli; la bracciante amica della mamma, quasi una sua reincarnazione, una Fata Turchina in un ambiente così ostile; il papà così grande, goffo e tenero, che il bimbo vede come un supereroe e lo sarà. Poi ci sono i tanti e le tante migranti, con alcuni dei quali Antonio e il papà creano rapporti di solidarietà, di umanità.

Nei ruoli principali troviamo attori di esperienza. Salvatore Esposito nei panni del padre, napoletano, l’unico non pugliese, Samuele Carrino, che è Antonio, Antonella Carone nei panni della mamma Angela, Licia Lanera una bracciante amica di Angela, Giuseppe Loconsole, il caporale e infine Vito Signorile il padrone.

Il contesto è una baraccopoli pericolosa, una concreta realtà inaccettabile, italiana, rispetto alla quale il film cerca di compiere un’opera di denuncia nello stesso tempo in cui sceglie il registro del cinema vero, della storia. Uomini e donne come schiavi, mentre si intrecciano i fili della memoria, degli affetti, dell’identità di una terra che non dovrebbe sopportare tutto questo.  Una denuncia che non si può lasciare cadere.

 

Il film è una produzione La Sarraz Pictures, con Rai Cinema in coproduzione con Shellac (Francia), Take Five (Belgio), prodotto da Alessandro Borrelli con Thoms Ordonneau, Gregory Zalcman, Akan Knoll con il contributo, tra gli altri di Mibact, Europa Creativa, Apulia Film Commission, Hopefulmonster/Fondazione Meerz, Cinéaxe, Regione Provence, Cnc, Tax Shelter (Governo del Belgio).

 

 

Autore dell'articolo: Luisa Gabbi