Venezia 77 – Shoemaker of dreams, Guadagnino incontra Ferragamo ed è meraviglia

Luca Guadagnino ricostruisce l'incredibile vicenda di Salvatore Ferragamo, un'imprenditore di successo, il classico esempio di self made man, ma anche un uomo gentile e geniale, onesto lavoratore e un instancabile sognatore.

«Ferragamo è una figura eccentrica e titanica. Un uomo incredibile che con le sue straordinarie creazioni ha dato vita ai sogni». Dopo il successo di Chiamami col tuo nome e Suspiria, Luca Guadagnino, ritorna al cinema con Salvatore – Shoemaker of Dreams, il docufilm sull’icona della moda italiana presentato fuori concorso alla 77. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia (poi in sala con Lucky Red).

Un’incredibile storia raccontata dal regista palermitano Luca Guadagnino con sensibilità e sguardo raffinato, attraverso un’immersione totale nei materiali d’archivio. Tra immagini inedite, bozzetti, lo studio dell’anatomia del piede e testimonianze dirette: dalla famiglia Ferragamo a Martin Scorsese, passando per la costumista Deborah Nadoolman Landis al collega Manolo Blahnik. Una sfida emozionate per scoprire il genio creativo dell’uomo ossessionato dalla scarpa perfetta. Un documentario ricercato sull’inventore delle zeppe e del sandalo invisibile, presentato a pochi giorni dal lancio della serie tv Sky-HBO We Are Who We Are.

Ha raccontato una storia di passione nata dalla determinazione assoluta del suo protagonista. Le sue calzature vestirono,  dalle dive del cinema muto a celebrità come Marilyn Monroe, Audrey Hepburn, Sofia Loren e Greta Garbo.

Quando penso alla figura di Salvatore Ferragamo, mi viene subito in mente l’incredibile rispetto che ha sempre avuto per il processo creativo, come realizzazione di un’opera. Sicuramente è stato anche un uomo ambizioso ma ha sempre messo al primo posto: la qualità e l’etica della creazione. 

Nella sua costante ricerca di bellezza, cosa l’ha spinto verso questa impresa? 

Ferragamo ha vissuto la sua vita quasi come un outsider, fuori dal sistema in cui era immerso. A Bonito, la sua città natale, realizza, a soli nove anni, in un’unica notte, le scarpe per la prima comunione di sua sorella. Nato per fare il calzolaio decide di trasferirsi a Napoli e poi il viaggio verso l’America, prima a New York e dopo a Santa Barbara, California, fino alla conquista di Hollywood. Ha fatto tantissimo nell’immaginario: modelli di scarpe irresistibili, nati dalla sua geniale mente.

Di quest’uomo, creatore moderno, instancabile inventore e imprenditore, quale aspetto l’ha più colpita?

La capacità di rischiare. In tutto quello che ha fatto ha sempre scommesso su se stesso, fin da bambino. Si è messo in gioco. Ha fallito e trionfato. E non si è mai sentito vinto, né un vincente. La delicatezza dello spirito di quest’uomo è straordinaria, di una modestia incredibile. E’ sublime guardare le foto dove tocca i piedi delle sue clienti e come riusciva a creare qualcosa di grande dal piccolo. Anche come Martin Scorsese ha sottolineato la grandezza, l’intuito e l’umiltà creatrice di Salvatore Ferragamo. Ed è questo il motivo fondamentale perché ho voluto fare il film.

Ha trovato dei punti di contatto con la sua storia?

Sicuramente ritrovo molte similitudine nell’idea di famiglia e del coinvolgimento. Possedeva questo dono speciale e contagioso: saper coinvolgere e incoraggiare sempre le persone sul lavoro e nella vita.

Cosa penserebbe della moda di oggi?

Se fosse ancora a capo della sua azienda, sarebbe felice di promuovere la creatività di un giovane talento. Ha sempre considerato importate e necessaria la trasmissione del sapere. Sosteneva il l’arte e la lavorazione artigianalità.

Come si può spiegare ai più giovani la rivoluzione Ferragamo?

Nel mondo della rap music, Ferragamo è un mito. I più importanti rapper americani indossano cinture, abiti e accessori firmati Ferragamo. Gli adolescenti interessati alla moda sono molto più avanti di noi. Senza le sue creazioni non esisterebbero le sneakers che troviamo ai piedi dei ragazzi di tutto il mondo.

Che legame ha con la moda?

Ancestrale, direi archetipico. Ho imparato ad amare la moda sbirciando gli abiti classici nei guardaroba di mia madre e di mia zia. La moda ha la straordinaria capacità di anticipare i desideri, realizzandoli. Per me significa forma e identità, più che flash,  capitale e lusso.

Non è la prima volta che la sua strada si incrocia con quella di Ferragamo, nel 2013 ha diretto la web serie Walking Stories con Kaya Scodelario e un cameo di Lauren Hutton. L’idea del documentario è nata dopo?

Ho letto prima l’autobiografia Salvatore Ferragamo: shoemaker of dreams  poi ispirato dalla lettura ho iniziato a scrivere la web serie fino alla realizzazione del documenatario. Mi piace pensare che ci sono dei fili sottili che uniscono insieme tutti i miei lavori.

Alla 77. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia presenterà fuori concorso anche il cortometraggio Fiori, Fiori, Fiori!

Nasce da un universale desiderio di muoversi, dopo essere rimasti per mesi forzatamente chiusi in casa. In più stavo vivendo un momento privato molto difficile. In pieno lockdown sono salito in macchina e ho percorso un lungo viaggio da Milano verso la Sicilia, documentato con un smartphone e un tablet.

Un viaggio attraverso le sue radici per ripercorrere il presente?

Sono tornato nei luoghi della mia infanzia, in Sicilia. Ho bussato alla porta di alcuni importanti amici della mia adolescenza. E mi sono accorto che la primavera era arrivata lo stesso. Era andata avanti, nonostante il lockdown. Un trionfo di fiori stupendi, di vita e rinascita. Li ho visti a Canicattì, la città di mio padre. Come Shoemaker of dreams anche Fiori, Fiori, Fiori! è un film molto personale. Una storia sui padri.

L’importanza delle immagini durante la pandemia, ci hanno aiutato a superare quel periodo?

Durante il lockdown le persone hanno avuto molto più bisogno di storie raccontate attraverso il linguaggio del cinema. Ed è stato commuovente. Esiste questa guerra tra chi crede che da ora in poi usufruiremo del cinema solo attraverso lo streaming e chi ritiene sempre più forte l’esigenza di condividere con gli altri l’esperienza immaginifica della  sala. Per me quest’ultima, rimarrà sempre più potente.

Oggi come è cambiata la sua vita?

Adesso viaggio molto di meno, ma non mi dispiace restare più tempo a Milano. Rispetto alle storie che voglio raccontare al cinema mi interrogo, per il futuro, come girare certe scene d’amore e di passione con le regole anti-Covid. Ma sono sicuro di risolvere.

Invece riguardo la serie tv Sky-HBO We Are Who We Are perché non è stata presentata al Festival di Venezia?

E’ una domanda per il direttore artistico del Festival, Alberto Barbera, e non per me! Comunque non abbiamo pensato di presentarla in anteprima al Lido. La serie uscirà a ottobre in Italia e il 14 settembre negli Stati Uniti.

Autore dell'articolo: Paola Medori