Cinema – “Il diritto di opporsi” ci ricorda le ragioni per dire no alla pena di morte

"Il diritto di opporsi" si basa sulla vera storia, potente e stimolante, del giovane avvocato Bryan Stevenson e la sua storica battaglia per la giustizia. Il film esce il 30 gennaio.

Non capita spesso di andare al cinema e uscire dicendo, ecco questo era un film necessario. Chi mi conosce sa che da sempre sostengo che la pena di morte è un’atroce barbarie, degna di un passato da medioevo nel quale dovrebbe ritornare ad essere confinata. Eppure. Eppure la più grande potenza democratica del mondo (?) si ostina a tenerla in piedi. Sono ancora 30 gli stati americani che la praticano legalmente, e nel mondo sono ancora 55 gli stati che non l’hanno abolita tra cui quasi tutto il medio oriente, la Cina e l’India. Sempre troppi.

Ecco perchè una volta di più questa storia basata sul libro di Stevenson Just Mercy: A Story of Justice and Redemption, in uscita in Italia il prossimo 30 gennaio con il titolo “Il diritto di opporsi”, edito da Fazi Editore, va letta e vista. Pubblicato nel 2014 da Spiegel & Grau, il libro è stato per 180 settimane nella lista dei best seller del New York Times, e nel complesso è stato nominato uno dei migliori libri dell’anno da numerosi top outlets, tra cui TIMEMagazine. Per la sua opera, Stevenson si è aggiudicato inoltre la Andrew Carnegie Medal for Excellence, un NAACP Image Award e il Dayton Literary Peace Prize per la Nonfiction.

Dopo essersi laureato ad Harvard, Bryan Stevenson (Michael B. Jordan) avrebbe potuto scegliere fin da subito di svolgere dei lavori redditizi. Al contrario, si dirige in Alabama con l’intento di difendere delle persone condannate ingiustamente, o che non avevano una rappresentanza adeguata, con il sostegno dell’attivista locale Eva Ansley (Larson). Uno dei suoi primi casi, nonché il più controverso, è quello di Walter McMillian (il premio Oscar Jamie Foxx), che nel 1987 viene condannato a morte per l’omicidio di una ragazza di 18 anni, nonostante la preponderanza di prove che dimostrano la sua innocenza, e il fatto che l’unica testimonianza contro di lui è quella di un criminale con un movente per mentire. Negli anni che seguono, Bryan si ritroverà in un labirinto di manovre legali e politiche, di razzismo palese e sfacciato, mentre combatte per Walter, e altri come lui, con le probabilità – e il sistema – contro.

Perchè va anche ricordato che, specie negli Usa, la percentuale di neri condannati supera di gran lunga quella dei bianchi e che spesso a costoro non viene nemmeno garantito il due process of law, ovvero un procedimento legale corretto.

Una volta di più quindi ci troviamo di fronte ad una storia che fronteggia con coraggio tematiche che ancora scottano molto negli Usa, e la regia di Destin Daniel Cretton (“Il castello di vetro”, “Short Term 12”), che ha anche scritto la sceneggiatura, ne riporta tutte le emozioni.

Negli Usa, inoltre, ci sono molte associazioni che si occupano di questo tema, una delle più famose è The Innocence Project che si occupa di riaprire casi basati su test del dna per scagionare le persone ingiustamente accusate. Fino ad oggi ben 18 persone sono state liberate dopo aver passato, in totale 229 anni in carcere di cui 202 nel braccio della morte, per crimini che non hanno commesso. Quando leggo queste cose resto senza parole sempre, ecco perchè il film va visto, il libro letto, ma soprattutto dobbiamo continuare ad impegnarci perchè questa vera e propria tortura legale sia terminata una volta e per tutte. Ovunque.

Autore dell'articolo: Elena Dal Forno

Elena è giornalista dal 1994. Si occupa di vita in generale, cinema, arte, tennis, cucina vegana. Quando non è al cinema è in viaggio. Spesso la cosa coincide.