L’ultimo show di Lindsay Kemp: interpretare se stesso

Al Biografilm Festival il film di Edoardo Gabbriellini sul grande mimo, danzatore e coreografo, scomparso nel 2018. Stava lavorando ad un progetto in cui interpretare Dracula e ballare come mai prima. In suo nome un premio nazionale al Lunga Vita Festival per compagnie di danza e teatro danza il 13 luglio a Roma

Era Dracula l’ultimo ruolo che Lindsay Kemp, ottantenne e ancora in attività, sognava di interpretare esibendosi nella più bella danza mai fatta. Lo racconta lui stesso nel film biografico “Kemp. My best dance is yet to come” di Edoardo Gabbriellini, presentato in questi giorni al Biografilm Festival di Bologna. Il sogno dell’artista non è del tutto mancato e il regista lo ritrae in alcune prove dello spettacolo tra la graphic novel e il  film espressionista. Ma è in questo film intervista che Kemp veramente mette in scena il suo ultimo spettacolo: interpretare se stesso.

Il celebre ballerino, mimo, coreografo, regista e attore scomparso nell’agosto 2018, punto di riferimento iconografico di star come David Bowie, Kate Bush e Peter Gabriel, viene ricordato ora dall’Italia, dove risiedeva da anni, con due iniziative. A Bologna il film di Gabbriellini è in gara per il premio internazionale ed è appena stata indetta dal Lunga Vita Festival la prima edizione del premio nazionale Lindsay Kemp  dedicato a danzatori e compagnie di danza e teatro danza che si terrà all’Accademia nazionale della Danza a Roma il prossimo 13 luglio.

Il cuore del film di Gabbriellini è l’intervista realizzata a casa di Kemp,  in automobile o in riva al mare. La narrazione tocca solo per spunti la ricca carriera di Lindsay, peraltro ricostruita con cura nel 2015 in una lunga intervista su XL di Adriano Ercolani. Principalmente, per esplicita scelta del regista che non appare mai, il film si concentra sull’essere in scena dell’artista nel suo presente. Le immagini del passato, le interviste e i brani degli spettacoli si compongono in un mosaico che fa solo da sfondo alla grande recita che Kemp allestisce, l’ultima meravigliosa recita, per il suo intervistatore. “Lui era sempre in scena – ha detto Gabriellini parlando con la stampa a Bologna – mi sono chiesto se fosse una fatica per lui non smettere mai di indossare una maschera”.

Il film nasce da un rapporto di graduale conoscenza. Gabbriellini venuto a sapere che Kemp abitava nella sua stessa città, Livorno, lo contatta attraverso comuni amici dell’ambiente del cinema e inizia a incontrarlo per conoscere questo mostro sacro. “Dapprima era diffidente e riservato, poi ha cominciato a essere a suo agio”. Dopo alcune conversazioni,  nasce l’idea del documentario: “Comunque non sono mai riuscito a farmi dire quale motivo lo avesse portato a vivere a Livorno. Ci ho provato mille volte, sempre motivi diversi, tutti veri, tutti falsi”.

Che sia stato per il mare? “Sono figlio di un marinaio annegato in mare” è uno dei racconti di Kemp davanti alla videocamera. “Mio nonno, mio zio erano marinai e sono tutti morti annegati – continua –  mia mamma lavorava in un locale per marinai, era un ambiente molto gioioso”. Dissacrante e divertente, cinico e nello stesso tempo generoso, vocato a “far provare emozioni, dare piacere, portare luce, cambiare la vita del pubblico” e desideroso di vivere “una vita spettacolare”, cresce in ambienti difficili e continua tutta la vita a frequentarli, passando dai grandi teatri e autori ai teatri off-off e locali da strip-tease più malfamati, sapendo sempre come muoversi. “Ho imparato fin da piccolo come catturare tutti sotto la mia magìa e gli incantesimi” assicura Kemp. Come quando da bambino, nell’Inghilterra anni Quaranta, si presenta a scuola in kimono suscitando un pandemonio, e questo è un racconto riferito direttamente da Gabbriellini alla stampa: “La maestra chiamò la madre, dicendo che il bambino doveva indossare la divisa. Il giorno dopo Lindsay si presentò a scuola in una divisa con interno rosso a finiture blu elettrico, che mostrava aprendo e chiudendo la giacca”.

Lo Jean Genet di Flowers-Notre dame des fleurs e di Querelle, Martha Graham, Chaplin, l’amata Pina Bausch, Nijinsky, Marcel Marceau, sono stati più che punti di riferimento per Kemp: vivono nel suo Pantheon personale e nei suoi gesti.

Volto pulito anche se la biacca non si dimentica, vestito con eleganti accostamenti leggermente eccentrici, basco in esterni. Buona parte delle riprese sono realizzate nella abitazione di Kemp, lui accomodato in poltrona, tutto attorno quasi una scenografia con arredamento colori pastello: “Abitava in un condominio orribile, degli anni ’80, al centro di Livorno accanto al mercato centrale – racconta Gabbriellini – Uno di quei condomini con l’ascensore in formica e gli infissi in alluminio alle finestre delle scale. Poi quando entravi dentro casa sua superavi un varco spazio-temporale, perché sembrava di essere in un set vittoriano di James Ivory, con  la carta da parati di William Morris alle pareti. Aveva ricreato il suo mondo in quella abitazione”.

Riguardo un’arte che dava scandalo, in uno spezzone di un’intervista della BBC su Salomè Kemp descrive in modo sferzante l’essenza dell’artista, il sapersi mettere in gioco fino al cadere più in basso possibile, “con il culo per terra”. “Un poeta clown – racconta Gabbriellini – con la capacità di innalzarsi, poi cadendo con il culo per terra, fino a perdere la dignità. Così è stato nella sua vita, dove ha avuto altissimi e bassissimi”.

L’intervista procede tra riflessioni e piccoli aneddoti, nel ritmo dolce che hanno gli anziani, con particolari gustosi, come lo stesso passaggio su David Bowie, con cui c’è stata una importante amicizia e collaborazione come la partecipazione del Duca Bianco al progetto di Kemp Ziggie Stardust and the Spiders from Mars. Kemp sfoglia la sceneggiatura, si sofferma, guarda il regista poi, con nonchalance,  dice: “Forget David Bowie. Sei d’accordo vero? Ne ho già parlato abbastanza”.

Il regista Edoardo Gabbriellini al Biografilm Festival di Bologna

 

Incantevoli le immagini mentre si lascia stringere il busto di un lungo tutù bianco di tulle, per lo spettacolo a Verona nel 2013, mentre distende le braccia come ali e accenna smorfie tra il dolore e il piacere. E ancora bellissimo il racconto dell’incontro con Marcel Marceau, poi suo maestro: “Era lì in prima fila a vedere il mio spettacolo – racconta Kemp – io improvvisai tutto, perché non vedesse che avevo copiato da lui. Alla fine mi disse ‘sei bravissimo, vieni a lavorare con me, ma hai bisogno di un paio di mani’. In effetti io non muovevo le mani, la mia insegnante mi chiamava Frankfurter, cioè Salsiccia. Così andai da lui per imparare”. E mentre dice questo, muove ammaliante le mani, agisce l’incantesimo. 

Assaporare le minime espressioni e pose di Lindsay Kemp,  nel registro della vita reale in cui si svolge la conversazione, scrutare il suo volto al di fuori del “trucco molto semplice”,  la sua ironia, le sue magliette a righe su un corpo che ha osato tutto (“ho trovato me stesso con l’LSD”), tutto ciò è un grande dono che Gabbriellini ha fatto al suo pubblico, ai fans di Lindsay Kemp e alla lunga vita di una delle più originali creature che il teatro e l’arte abbiano espresso.

Autore dell'articolo: Luisa Gabbi