Un’America razzista e bigotta alla Festa del Cinema di Roma

Il cinema americano domina la 13esima edizione della Festa del cinema di Roma. I film selezionati in concorso restituiscono un'immagine corrotta e devastata dell'America, ma non troppo distante da ciò che accade a casa nostra
Analizziamo tre film diversi per tema, ma certamente uniti nella denuncia politica, morale e sociale.
FAHRENHEIT 11/9 di Michael Moore
Dopo averci portato dentro le scuole di Columbine, dentro la tragedia delle Torri Gemelle e lo scandalo della sanità con Sicko, Moore ci riporta indietro di un paio d’anni, a quando Trump è stato eletto, il 9 Novembre 2016 appunto. In quel fatale giorno in cui, come dice lui “abbiamo permesso che tutto questo accadesse. Come è stato possibile? Quando ci siamo accorti che poteva essere fermato e non lo abbiamo fatto? Quale è stato quel momento in cui abbiamo abbassato lo sguardo e non abbiamo reagito lasciando che la “democrazia” elegesse un miliardario omofobo, razzista, disprezzatore delle donne e manipolatore?”

Eh già! Quando lo abbiamo permesso? Hitler e Mussolini, ma non dimeno Salvini e Di Maio. E’ un documentario di denuncia a tutto tondo quello di Moore, che non risparmia nemmeno i democratici, colpiti al cuore esponendo i misfatti di Obama (sotto la cui presidenza sono partite più bombe e droni che sotto quella Bush) e Hillary Clinton (che ha preso soldi a destra e sinistra senza alcun problema). Da un punto di vista filmico assolutamente sconclusionato e confusionario, ma sotto il profilo politico imperdibile, davvero da fare accapponare la pelle.

The Hate you Give di George Tillman jr. 
L’odio che dai ai tuoi figli ti sarà restituito quando saranno grandi. Un film di denuncia sul razzismo che ancora permea nel 2018 la società americana, che nonostante l’uguaglianza elettorale raggiunta nel 1970 ancora non ha nè raggiunto nè compreso quella sociale. Un problema enorme per chi soprattutto abita nei ghetti o nelle piccole comunità nere di città bianche. O soprattutto per chi ha passati di dipendenza da dover riscattare.
Un problema che Starr, la figlia di un ex tossicodipendente che ha chiamato i suoi figli con nomi potenti per dare loro un segno (Star è la luce, Seven è la perfezione e Sakhani è la gioia) che nella vita hanno un valore, deve improvvisamente affrontare quando si ritrova suo malgrado davanti alla violenza della polizia bianca nei confronti di un suo amico deejay. Il ragazzo viene freddato da due colpi proprio davanti ai suoi occhi e da qui in avanti la battaglia per la legalità e la giustizia prenderanno una piega nettamente più amara e diversa. Senza spoilerare possiamo dire che il finale ci ha ricordato il caso Cucchi, che finalmente, forse, avrà un epilogo diverso senza passare per il cinema.
Boy Erased di Joel Edgerton
Un altro film-denuncia sull’incredibile mancanza di rispetto che ancora rimane riguardo agli omosessuali. Sembra ancora difficile capire e accettare che avere un figlio gay non è frutto dell’intervento del demonio o di una malattia o di una condanna, ma è una precisa e normale inclinazione che abita tutte le specie viventi.
Nel 2018 però ci sono ancora società che condannano a morte gli omosessuali, ci sono genitori che non accettano e mandano i figli in clinica a curarsi e ci sono addirittura ragazzi che vivono nell’ombra portandosi dentro il “gravissimo” segreto per anni. Alcuni ci convivono, altri vengono presi in giro e alcuni addirittura si vergognano fino al suicidio.
In questo film Edgerton segue Jared, un ragazzino 18enne alla scoperta della sua sessualità che travolto dagli eventi è costretto a “confessare” al padre, un Russell Crowe ingrassato ma splendido, e alla madre, Nicole Kidman perfetta nel ruolo, che in effetti si sente attratto dagli uomini. Il padre, pastore della chiesa locale, non potendo tollerare la vergogna per questa onta affida il ragazzo ad una comunità di recupero, quasi come fosse un tossico. Qui sarà il signor Sykes, anch’egli una volta afflitto dalla “malattia”, ad occuparsi della rieducazione. Attraverso giochi di ruolo che sfociano nell’isteria paranoica che conduce addirittura ad un suicidio e canti e preghiere che dovrebbero riportare l’amore di Dio. Con un pressapochismo ed un’improvvisazione curativa che prima o poi viene a galla e che farà decidere alla madre di ritirare Jared da quel manicomio.
Tratto da una storia vera il film è un piccolo gioiello narrativo ed emozionale, attraverso il grande talento di Lucas Hedges (Jared) capace con uno sguardo di darci l’emozione, la confusione e la paura di riscoprirsi un diverso. Naturalmente la cura non funziona, e come potrebbe?
Meraviglioso il finale dove scopriamo che, non solo oggi il vero Jared vive felice con suo marito, ma lo stesso signor Sykes, abbandonata la clinica, è naturalmente tornato verso gli uomini ed è coniugato.

Autore dell'articolo: Elena Dal Forno

Elena è giornalista dal 1994. Si occupa di vita in generale, cinema, arte, tennis, cucina vegana. Quando non è al cinema è in viaggio. Spesso la cosa coincide.