Il ministro dell’Interno, Matteo Salvini, gaudente come un bambino che mette le mani sulla marmellata, va e viene dalla Libia

È indubbiamente bello vedere il sorriso di Matteo Salvini salutare ogni giorno i suoi follower, rassicurandoli perché non li ha ‘abbandonati’ appena in possesso della sua poltrona chiave

“Dopo la Ong Aquarius spedita in Spagna, ora tocca alla Ong Lifeline che andrà a Malta, con questa nave fuorilegge che finalmente verrà sequestrata. Per donne e bambini davvero in fuga dalla guerra le porte sono aperte, per tutti gli altri no!#stopinvasione”. Leggere i commenti ai suoi post è un viaggio nel girone dei ‘nazionalisti da tastiera’, l’unico posto in Italia dove le quote rosa sono rispettate.

Da ‘Silvio c’è’ all’uomo della provvidenza: un papà-capitano- fervente credente, insomma l’icona pop italiana più social che ci sia è volato in Libia ed è tornato. L’intento ufficialmente comunicato ai facebucchiani legaioli era quello di stabilizzare il rapporto con la Libia per bloccare l’immigrazione clandestina. Fa quasi tenerezza Salvini a sentirlo contestare alla Francia i suoi ‘meri interessi economici e commerciali’. A lui, Salvini, e all’Italia interessa invece rafforzare il rapporto privilegiato Italo-Libico: creare hotspot ai confini esterni della Libia, a Sud, coinvolgendo paesi come Niger, Ciad, Mali, Sudan e rafforzare le relazioni industriali, commerciali e turistiche tra i due paesi.

La mente vola allora a quel lontano 30 agosto del 2008, quando Silvio Berlusconi ed il fu colonnello Gheddafi firmavano il ‘Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione tra Italia e Libia’. Sì Berlusconi era primo ministro, Forza Italia e Alleanza Nazionale diedero vita al Popolo della Libertà in coalizione con la Lega Nord, appena dieci anni fa. La lega di quel IV governo Berlusconi aveva 3 ministeri, un vice ministro e 4 sottosegretari.  Bei tempi. Umberto Bossi presiedeva il ministero delle Riforme per il federalismo, Roberto Calderoli quello della Semplificazione Normativa (i sottosegretari furono in ordine di apparizione, Maurizio Balocchi ed un certo Francesco Belsito); il ministro dell’Interno era Roberto Maroni. I ministri della lega li abbiamo citati solo per ricordare i 48 milioni bruciati da Belsito, Bossi e compagnia bella. Un ricordo di pancia, come piace tanto ai legaioli della prima ora e dell’ultima: il caro Umberto Bossi è lì, là, insomma a Roma, ad occupare uno scrannetto da Senatùr , 31 anni dopo la sua prima volta nel 1987, nonostante una condanna definitiva per spesucce personali fatte con i fondi del partito, oltre 208 mila euro. Una divagazione folcloristica.

Ma torniamo in Libia con il ministro Salvini. Ufficialmente, nel 2008, Berlusconi cincischiava gratitudine per quel Trattato siglato e grazie al quale l’Italia avrebbe visto ridotto il numero dell’immigrazione irregolare e goduto di una maggiore disponibilità di gas e di petrolio libico. Insomma la tenda beduina a Roma fu la perfetta scenografia per un successo tutto italiano, oh quasi.

Quell’accordo prevedeva un risarcimento all’ex colonia di circa 5 miliardi di dollari diluiti in 20 anni, poi diventati sembra 25, come risarcimento per le velleità coloniali fasciste. Stabilizzare la Libia oggi per Salvini, che fa il gradasso  con Macron, significa andare a tastare l’umore dei libici per stabilizzare l’umore di un discreto numero di aziende italiane (Eni, il principale colosso petrolifero in Libia, Fiat, Impregilo, Telecom e Finmeccanica, solo per citarne alcune). Insomma, Salvini ha fatto la sua prima gita in Libia per presentarsi.

Quando si sente il ministro Salvini spiegare che al prossimo Consiglio Europeo andrà a proporre gli hot spot esterni ai confini meridionali della Libia, a chi scrive viene in mente Finmeccanica e la controllata Selex Sistemi Integrati. La Selex firmò con la Libia, nel 2009, una commessa da trecento milioni di euro che prevedeva la costruzione di un grande sistema di sicurezza e protezione dei confini libici. Sì, si trattava proprio dei confini libici meridionali (quelli con Niger, Ciad e Sudan).  Quell’appalto peraltro già previsto nel Trattato siglato nel 2008, sarebbe stato finanziato al 50% dai contribuenti italiani e al 50% dall’Unione europea.

Chissà se è lecito chiedere, al ministro Salvini, se i libici e le aziende citate si sentano ora rassicurati dal suo primo viaggio ufficiale in veste di vice ministro del governo Conte. Siamo sicuri che l’immigrazione clandestina sia un affare per pochi? Siamo sicuri che la Libia in virtù di quel lungimirante Trattato siglato nel 2008 non tenga l’Italia per le budella? Siamo sicuri che la Libia non stia all’Italia come la Turchia sta all’Europa?

Qualche dubbio è lecito sollevarlo. Le parole di Salvini sono perfettamente sovrapponibili a quelle di Gentiloni pronunciate nel 2017, con la differenza che Salvini non se l’aspettava che al Ministero dell’Interno quello che lui avrebbe voluto fare, i suoi predecessori lo avevano già fatto e fatto meglio. Non poteva saperlo avendo trascorso troppe ore su facebook ad aizzare la pletora dei suoi luogotenenti.  Nel 2017,  Fayez al Serraj e Gentiloni, grazie ad un solerte Minniti (già complimentato dallo stupito Salvini) siglarono un accordo con validità triennale, rinnovabile alla sua scadenza. Sfruttando il nuovo Fondo per l’Africa, l’Italia rinnovava il suo interesse a collaborare con gli tutti gli Stati attraversati dalle migrazioni. L’accordo siglato da Gentiloni consta di otto articoli: tra questi l’impegno di Tripoli a controllare le sue coste e l’impegno dell’Italia al  monitoraggio delle frontiere del sud. Impressionante il tempismo con il quale i libici si siano fatti sfuggire qualche migliaio di disperati appena il Governo Conte si è insediato.  Ministro Salvini, ha ragione: l’immigrazione è un affare per molti, troppi, sembra ce ne sia anche per chi la vuole fermare. Lei cosa ne pensa?

Autore dell'articolo: Imma Tuccillo Castaldo