Alla Mostra del Cinema di Venezia, tra concorso e sezioni collaterali, i film si rincorrono come apparizioni di un passato che non vuole dissolversi. Le storie raccontano di artisti dimenticati, icone che sopravvivono oltre la morte, creature nate da ossessioni infantili e uomini annientati dal lavoro. Un mosaico che restituisce l’anima della seconda parte del festival.
Orizzonti: Late Fame
Con Late Fame, Kent Jones porta al Lido Willem Dafoe nei panni di un poeta marginale riscoperto da una generazione di artisti newyorkesi. È un adattamento di Arthur Schnitzler trasportato dall’antica Vienna a una Manhattan spettrale, dove i loft e i ricordi si intrecciano. Dafoe stesso ha ricordato i suoi anni Settanta nella città: «Era come vivere sulla luna, solo artisti nei loft», ha detto, riconoscendosi nelle illusioni e nei fallimenti del personaggio. Accanto a lui, Greta Lee interpreta una musa fragile e magnetica, incarnazione di un passato che ritorna sotto forma di fantasma.

Fuori concorso: Broken English
Fuori concorso è andato in scena Broken English di Jane Pollard e Iain Forsyth, ritratto intimo di Marianne Faithfull, morta a inizio anno. Non un documentario biografico, ma una seduta spiritica in cui la cantante dialoga con le proprie reincarnazioni, accompagnata dalla voce narrante di Tilda Swinton e dalle apparizioni di amici e complici come Courtney Love, Nick Cave e Warren Ellis. Pollard ha spiegato che l’idea era quella di “liberarla dalle cronologie” per restituire l’essenza di un’artista indomabile.

Concorso: No Other Choice
Tra i titoli più discussi in concorso, No Other Choice di Park Chan-wook racconta il licenziamento di un operaio modello, travolto da una società in cui la frase “non c’è altra scelta” diventa legge di sopravvivenza. Park abbandona i barocchismi visivi per uno stile asciutto, spiazzante, accompagnato da Mozart e clavicembalo. «Il cinema non è un lavoro, è identità», ha detto il regista, trasformando la parabola di un uomo qualunque in una riflessione universale sul destino dei lavoratori.

Concorso: Frankenstein
Infine Guillermo del Toro ha presentato il suo Frankenstein, atteso progetto Netflix da oltre 100 milioni di euro, che rincorre un’ossessione personale coltivata fin dall’infanzia. Per il regista l’horror è sempre stato “chiesa”, e Boris Karloff “il Messia”. Ma qui la creatura non è un mostro ornamentale: diventa figura simbolica, specchio del rapporto padre-figlio e dell’eterna domanda su cosa significhi essere umani. Oscar Isaac, interprete di Victor Frankenstein, ha parlato di “un banchetto già preparato da del Toro”, un film che trasforma il gotico in un racconto di perdono e metamorfosi.