Un Vizio di Famiglia, qual è l’origine del male?

«Il film parla della fine del patriarcato – afferma il regista - e l’idea era di avere solo donne nella storia, ad eccezione dell’origine del male stesso: il padre. All’inizio mi sembrava astratto e inattuabile, ma, mentre il film mi si formava in mente, ho capito che bastava semplicemente non fare un racconto naturalistico. Era una fiaba e avrei dovuto portare a termine l’idea originale».

Sébastien Marnier ci invitava già a seguire la vita quotidiana di personaggi divorati da un desiderio ardente. In Irreproachable, un agente immobiliare disoccupato era pronto a tutto pur di trovare un lavoro, anche a costo di entrare in competizione con un’altra donna più giovane. In L’Heure de la sortie, un professore universitario era determinato a svelare il segreto di un gruppo di adolescenti dotati dal comportamento ostile. Una tendenza ossessiva che condivide anche Stéphane, l’eroina dal nome maschile del Un Vizio di Famiglia (titolo originale L’origine du mal) Presentato alla recente Mostra del Cinema di Venezia, il regista realizza  un affresco familiare che a prima vista sembra quasi banale, ma che poi si rivela molto più complesso, nutrito di un universo che esplora la perversione, la menzogna ma anche la sorellanza. Un film di genere che attinge in particolare al mondo di Claude Chabrol, con cui Marnier condivide qui il gusto per la satira e la finzione,

Proveniente da un ambiente precario, la solitaria Stéphane (Laure Calamy) decide un giorno di contattare Serge, il suo ricco padre, che non ha mai conosciuto. Nella sontuosa villa di famiglia, Stéphane viene accolto da Louise (Dominique Blanc), la sua stravagante matrigna, e comincia a recuperare il tempo perduto, con grande disapprovazione di George (Doria Tillier), l’altra figlia di Serge. Ma mentre Stéphane e suo padre imparano a conoscersi, le apparenze si sgretolano e si fa strada la paura di una terribile menzogna. Qual è il segreto di questa figlia dimenticata? 

Il film oscilla costantemente tra oppressione che induce ansia e umorismo inquieto. Quasi sempre narrato dal punto di vista di Stéphane, il film si diverte a scuotere la nostra empatia, soprattutto quando rivela a metà la vera natura della sua eroina. L’opacità narrativa mostrata per tutta la durata del film  non risolverà mai davvero il problema che sta alla base del suo titolo. Qual è, allora, l’origine del Male? Stéphane, le cui motivazioni profonde rimangono poco chiare? Il padre, spina dorsale autoritaria del clan? La suocera, la cui insidiosa influenza si fa presto sentire? O anche George, una futura ereditiera dalla gelida freddezza? Ma il male ha una sola origine?

Autore dell'articolo: Monica Straniero