Venezia 78 – The Lost Daughter di Maggie Gyllenhaall si candida al trionfo veneziano

Tratto dal romanzo di Elena Ferrante, il film che vede l'esordio alla regia di Maggie Gyllenhaall incanta per atmosfere e performance. Uscirà a dicembre su Netflix dopo un passaggio al cinema. Splendide Olivia Colman e Dakota Johnson.

Come avevamo detto in apertura di festival, quest’anno ci vorrebbero 6 vincitori tanta è la qualità dei film portati in vetrina al Lido. Ma come si fa? Appena ne vediamo uno ecco che ci esaltiamo per poi dire del successivo, è lui, vincerà.

Non fa eccezione l’intimo, crepuscolare e profondo The lost daughter – l’esordio dietro la macchina da presa dell’attrice Maggie Gyllenhaal tratto dall’omonimo romanzo di Elena Ferrante – autrice amatissima negli Stati Uniti – e in concorso alla 78 Mostra del cinema di Venezia, in uscita su Netflix a dicembre.
La regista riesce a trasportare sul grande schermo la stessa intensità della storia narrata nelle pagine dell’autrice napoletana, anche grazie alla magistrale performance di Olivia Colman, artista poliedrica. Nel cast anche Jessie Buckley, la meravigliosa Dakota Johnson, Alba Rohrwacher, Ed Harris, Peter Sarsgaard e Paul Mescal.

È estate, Leda (Olivia Colman) una professoressa di inglese prende in affitto una casa al mare. Tra bagni di sole e nuotate la sua quotidiana tranquillità viene interrotta dall’incontro con Nina (Dakota Johnson) e la sua piccola figlia Elena. Leda, osservatrice minuziosa, rimane affascinata dallo stretto legame tra le due.

Ne è talmente sopraffatta che in lei si risvegliano emozioni e ricordi del passato quando anche era una giovane mamma che ha compiuto delle scelte anticonvenzionali. In seguito alla scomparsa (il rapimento) della bambola di Elena, la storia prende una piega minacciosa che si scioglie solo nel finale, e trascinerà la protagonista verso il fondo buio della sua esperienza di madre.

Il film – fedele al romanzo originale – scava nell’animo delle sue due protagoniste. Due madri a confronto che condividono le stesse paure e l’alternarsi di sentimenti contraddittori e occasioni mancate. Quello vissuto da Leda che ha abbandonato le due figlie per tre anni, sopraffatta dalla stanchezza , dal senso di soffocamento e dalla voglia di seguire il desiderio di libertà, ribellione ed emancipazione («le amavo troppo e mi pareva che l’amore per loro mi impedisse di diventare me stessa»). Mentre Nina, spaventata dal prendersi cura della sua bambina («mi sta facendo diventare matta») si confida con Leda che vede come modello a cui affidarsi.

Con un gesto inaspettato Leda prende la bambola, simbolo di quella dedizione che non ha avuto come genitore, e strumento per salvare Nina dai suoi stessi errori e dal senso di colpa. «Mi sono sentita più inutile e disperata senza di loro che con loro» risponde Leda alla giovane madre quando le chiede il motivo del suo ritorno a casa.

Sbarcata in Laguna con il marito Peter Sarsgaard e un accompagnatore d’eccezione, il fratello Jake Gyllenhaal che ancora non si è palesato ai flash dei fotografi, l’interprete di Secretary, discendente da una nobile famiglia svedese, ha raccontato – durante la conferenza stampa – il suo rapporto con la scrittrice bestseller.

«Mi piacerebbe dire so chi è, ma le ho parlato solo attraverso lettere che custodisco gelosamente. Abbiano una corrispondenza interessante ma non la conosco. La Ferrante ha letto la sceneggiatura e mi ha dato il suo completo sostegno, inviandomi delle note molto belle. Mi disse che il contratto sarebbe stato nullo se non fossi stata io la regista. È stato un voto di fiducia. E io ho seguito tutti i suoi consigli, soprattutto quello di non far passare la protagonista per una pazza affinché potessimo sentire la similarità e il suo dolore».

Olivia Colman: «Il mio personaggio si apre alla verità»
Mostra la sua vulnerabilità, le sue imperfezioni e anche un lato oscuro. Fugge e torna. È una donna che ha il coraggio di ammettere le sue colpe e di scommettere su sé stessa.
L’attrice premio Oscar per La favorita è grandiosa nel far crescere la tensione, scena dopo scena, e nel raccontare attraverso il suo personaggio i sentimenti totalizzanti e paralizzanti, quel senso di inadeguatezza che prova l’universo femminile quando diventa genitore. E quel conflitto continuo tra l’essere donna e l’essere madre.

«Tutti vorrebbero essere solo una persona, ma si è anche l’altra, ed è bello rappresentarlo. Anche una persona che a volte fa cose bruttissime, come fosse sul terrazzo con in mano qualcosa di pesante: non lo butti giù, ma ci pensi. Mi ha intrigato. Si apre alla verità, alla sua perversione, alla disperazione e al terrore che fanno parte dell’essere genitore.» ha sottolineato la protagonista di The Crown.

Maggie Gyllenhaal: «Un film scomodo e rassicurante»
Riguardo le vita nascoste delle donne, la regista sottolinea: «Ferrante racconta di verità segrete dell’esperienza femminile nel mondo: vorrei venissero raccontate di più. Spesso come attrici e donne veniamo rappresentate con una versione fantasiosa di noi stesse, mentre siamo dei mondi con tante cose insieme. Mi sorprenderebbe – dice Gyllenhaal – che una madre non abbia mai pensato di sbattere la porta e lasciare i figli dall’altra parte, per questo spero che sia un film scomodo e rassicurante insieme».

Autore dell'articolo: Paola Medori