Il Cattivo poeta, il film su Gabriele d’Annunzio, un binomio di genio e sregolatezza

L'ultimo anno di vita di Gabriele D’Annunzio, raccontato dall'esordiente Stefano Jodice. Un film su un uomo che ha fatto della sua vita quello che voleva.

L’autore preferito di Mussolini, il poeta-aviatore italiano Gabriele d’Annunzio ha raggiunto la fama internazionale con il suo romanzo in cui si avvicina alle teorie superonistiche di Nietzsche, Il trionfo della morte (1894). Il poeta è una preda difficile per i biografi, nonostante il suo debole per le orge. John Woodhouse, l’esegeta più fidato dello scrittore fino ad oggi, ha fatto un coraggioso tentativo di riabilitare la sua reputazione in una biografia del 1998, “L’Arcangelo ribelle”.  Come Woodhouse anche il regista Gianluca Jodice vede d’Annunzio un uomo capace di elevarsi al di sopra delle masse, tramite il culto del bello, l’arte di una vita eroica. Ed è Sergio Castellitto a vestire  i panni di colui che ha fatto della sua vita un’opera d’arte nel  “Il Cattivo Poeta”, in uscita nelle sale italiane il 20 maggio con 01 Distribution. Il film racconta l’ultimo anno di Gabriele d’Annunzio, un eroe di guerra e il prototipo del fascista. Era infatti il febbraio del 1921 quando il Vate, amareggiato per l’impresa di Fiume e per lo spostamento a destra del fascismo (la cui linea, in un primo momento, lasciava immaginare come obiettivo un “socialismo nazionale”), decise di autoesiliarsi a Gardone Riviera, circondato da fedeli compagni e servitori, dove poter vivere di ricordi, di antiche glorie, sia letterarie sia di guerra, unico luogo dove reputava di potere vivere, o almeno sopravvivere.

Il Cattivo Poeta è ambientato nel 1936. La sua età avanzata, i suoi malanni, i suoi vizi, lo hanno portato a una depressione finale. Dopo aver espresso il proprio dissenso sull’ avventura coloniale africana, il Duce, decise di istituire una sorveglianza “di partito”, Il segretario del Pnf, Achille Starace, affidò il supercontrollo censorio della cittadella gardesana al federale di Brescia, Giovanni Comini, interpretato da Francesco Patanè.

“La mia intezione non era solo quella di realizzare un biopic, un film storico ma anche un thriller”, rivela Jodice. Il poeta era un uomo al di là della destra e della sinistra, era un egocentrico individualista capace di smuovere le folle con la sua voce magnetica. Un libertario per il quale la politica non è da intendersi necessariamente come l’adesione a un partito rispetto a un altro, ma come la capacità di interpretare il proprio tempo, e i cambiamenti necessari, per essere in grado di accorgersi quando si adottano soluzioni inadeguate.

Dal film emerge perfettamente il rapporto ambiguo che si era instaurato fra il vate e il regime, perché se da un lato fu glorificato quale portabandiera del glorioso passato italiano, dall’altro costituiva un pericolo. Per Castellitto Il Cattivo poeta  ha il merito di restituire una figura importante nella storia della letteratura italiana che tra eccessi e  virtù, è stato il fondatore di un modo di vivere assoluto. “Il suo mito è simile ad una rockstar di oggi, ma non c’è stato uomo più maledetto in morte, basti leggere cosa dicevano di lui Elsa Morante, che lo definì un imbecille e Pasolini, che non fece mai mistero di detestarlo”.

Autore dell'articolo: Monica Straniero