Glassboy, un racconto di formazione di Samuele Rossi

il film, liberamente ispirato al libro "Il bambino di vetro" di Fabrizio Silei, racconta la vita e il riscatto di un ragazzo undicenne che si trova ad affrontare con la famiglia un problema di salute

Cosa sia la “normalità” non si sa. La pandemia che stiamo vivendo ormai da un anno ci ha insegnato che non esiste più, o forse non è mai esistita, una definizione di normalità e che nulla nella vita si può dare per scontato: né una cena al ristorante con il proprio partner, né una pedalata in bici tra amici; quella pedalata che Pino sognava di fare da tempo.

“Perché non posso essere un bambino normale?” chiedeva sempre ai propri genitori, essendo conscio della sua malattia che gli aveva sempre fatto paura e lo aveva fatto sentire un peso per tutti, diverso, non accettato dai coetanei.

Pino è il protagonista di questo film, ha 11 anni ed è affetto da una malattia che si chiama “emofilia” che lo rende fisicamente vulnerabile e lo costringe a vivere rinchiuso tra le mura di casa. Niente scuola, niente pomeriggi con gli amici. Il bambino ha solo i suoi giochi, Fidenzio (suo docente personale), due genitori che lo amano e si preoccupano per lui, e una nonna che vuole proteggerlo in modo ossessivo, dopo aver perso il marito a causa della stessa malattia.

“Glass Boy”, così come lo chiamano tutti quelli della sua età, dà il titolo alla seconda regia di finzione di Samuele Rossi, che firma anche il soggetto e la sceneggiatura.

Il copione è ispirato al romanzo “Il bambino di Vetro” di Fabrizio Silei, autore di bibliografia per ragazzi che ha vinto due volte il Premio Andersen, il più prestigioso riconoscimento italiano nel campo della letteratura per l’infanzia.

I migliori amici di Pino erano sempre stati il suo binocolo, il suo casco e il suo mantello, che lo rendevano apparentemente più forte, più sicuro di sé.
“Sei il mio super eroe” gli ripeteva sempre la madre quando lo vedeva giocare.
Dalla finestra, il bambino osserva gli altri coetanei ogni giorno, li ammira e un po’ li invidia. Tra tutti, un gruppetto attira particolarmente la sua attenzione, gli “Snerd”. Per tutta la vita aveva solo desiderato di poterli conoscere e li aveva ritratti nei suoi disegni in forma di fumetto.
Leader del gruppo è Mavi, una bambina coraggiosa, con una delicata situazione familiare.
“Smettila di spiarci. Se vuoi stare con noi, esci!” sono le sue parole rivolte al bambino di vetro, e sarà proprio lei che riuscirà per la prima volta a far sentire Pino “vivo”.

È grazie agli “Snerd” infatti che la vita del “Glass Boy” cambia. Esplora il mondo, con i rischi e le opportunità che questo ne comporta. Sorride finalmente alla vita per quanto essa possa essere pericolosa, vive l’amicizia, impara a condividere sorrisi, abbracci, avventure, emozioni ma soprattutto si sente per la prima volta “normale”.

Pino potrà andare scuola come tutti gli altri, non avrà più paura di essere un problema per chi gli sta intorno, accetterà in modo più consapevole e forte la sua malattia.
“Io non sono come una delle tue statue imbalsamate. Mi sono stancato di vivere chiuso in casa. Io voglio una vita vera” sono le parole del bambino rivolte alla nonna, che ostacolerà, solo per il suo bene, la sua scoperta del mondo esterno.

“Quel bambino che all’inizio della storia guardava la vita da una finestra, si trovò improvvisamente circondato da tutti i ragazzi della scuola. Tutti sembravano animati da uno spirito diverso. Rimaneva sempre lui, con le sue fragilità. Ma ora di due cose sentiva di esserne certo: che nulla sarebbe più stato uguale a prima grazie ai suoi amici e che qualsiasi cosa sarebbe successa aveva finalmente una vita da vivere”. Si conclude con queste parole la storia di un bambino che tocca un tema attuale: il bisogno dei più piccoli di socializzare, di abbattere la paura di crescere e confrontarsi con gli altri e di vivere pienamente. Una paura che nel caso di Pino si nutre della sua malattia, ma negli ultimi mesi si è addentrata nel cuore di quei bambini, di quei ragazzi, che non sono più potuti andare in classe, non sono più scesi al parco a giocare con gli amici, non sono più andati a fare scuola calcio o lezioni di danza a causa della pandemia.

Autore dell'articolo: Lola Fernandez