Padrenostro, il film di Claudio Noce a Venezia77

Gli anni di piombo si intrecciano alla storia privata del regista Claudio Noce. Padrenostro sarà nelle sale italiane dal 24 settembre.

“Il mio film non è una ricostruzione storica degli anni di piombo, anche se ci sono elementi di quell’epoca, ma raccontare la generazione di chi era bambino allora”. Claudio Noce, 45 anni e già regista di Good Morning Aman, Foresta di Ghiaccio, ha presentato in concorso alla Mostra Internazionale del Cinema di Venezia, Padrenostro, con protagonisti Pierfrancesco Favino e Barbara Ronchi.

“Con questo film la mia storia privata diventa universale”. Nel 1976, Claudio Noce aveva solo due anni quando suo padre Alfonso Noce, vicequestore e capo regionale del Lazio dell’antiterrorismo, fu l’obiettivo di un attacco sanguinoso per mano dei Nuclei Armati Proletari. Nello scontro a fuoco, il padre rimase ferito, mentre nella sparatoria persero la vita un agente della scorta, Prisco Palumbo, e uno degli aggressori, Martino Zicchitella.

Nel film, nelle nostre sale dal 24 settembre con Vision Distribution, Valerio (Mattia Garaci) ha dieci anni quando si ritrova testimone di un attentato ai danni del padre (interpretato da  Favino). In quei giorni difficili conosce Christian (Francesco Gheghi), un ragazzino poco più grande di lui. Solitario, ribelle e sfrontato, sembra arrivato dal nulla.

“E’ stato mio fratello, che a quell’epoca aveva dieci anni, ad assistere all’attentato dalla finestra, insieme a mia madre, continua il regista . Ma in Valerio ci siamo anche anche io, che ero in casa ma avevo solo due anni, e mia sorella, era a scuola”.  Padrenostro è un romanzo familiare che vuole dare una sorta di riscatto a una generazione di bambini invisibili, che ha subito quella guerra senza sapere cosa stava accandendo ai loro genitori.

Nel film l’universo di Valerio si fa sempre più clautrofobico. I genitori non gli dicono nulla. A scuola l’insengante definisce il padre un eroe mentre qualcuno dei compagni di classe lo chiama «infame». Il suo unico desiderio è fuggire con l’amico Christian che lo porta in posti dove non è mai stato. Ed è qui che la trama si perde un po’ e il racconto si fa sempre più rarefatto. Nel tentativo di emanciparsi dal fatto storico, il regista oppone una serie di elementi surreali e fantastici, di apparizioni e sparizioni. Al punto da porci la domanda, esiste Christian?

Il regista ci catapulta nell’immaginazione di un bambino nel tentativo di esorcizzare paure del passato e identificarsi in un eroe positivo. Come nei giochi che facevamo da bambini, nella dimensione creativa delle fantasie.

Autore dell'articolo: Monica Straniero