“Non invano” far pace con se stessi nel nuovo libro di Ferretti

All'invettiva contro la società contemporanea, contro lo "schermo regnante" e lo sradicamento, l'ex leader dei Cccp contrappone il radicarsi, il suo Appennino non idilliaco, ma anche un'accettazione del tempo trascorso e la fiducia in una consegna di testimone
Giovanni Lindo Ferretti a Cerreto Alpi (c) Foto Ums

“Non invano” èciò che resta nel passare delle generazioni”, è lo sguardo sulla propria vita, è il ritrovarsi nelle proprie radici. C’è un far pace con se stessi, in fondo,  in Non invano il nuovo libro di Giovanni Lindo Ferretti, edito da Mondadori e nelle librerie dal 30 aprile. La prima presentazione, il 4 settembre al festival Happennino, Sant’Angelo in Vado, nelle Marche, è sold out.

Il nuovo libro di Ferretti. In apertura, Ferretti a Cerreto (c) Foto Ums
Il nuovo libro di Ferretti. In apertura, Ferretti a Cerreto (c) Foto Ums

Non invano esce in un periodo in cui l’autore è indaffarato: due video-riflessioni, Ora e Mal’Aria, sono state pubblicate durante il lockdown; due videoclip sono usciti sui profili di Mondadori per lanciare il libro e da pochi giorni è on line (si può ascoltare su YouTube) L’Imbrunire, nuova canzone apparsa su Facebook e You Tube, tra entusiasmi e stroncature.  Quel “vecchio punkettone”, come si autodefinisce Ferretti, accetta la sperimentazione sui social, che pure critica fortemente.

In Non Invano, autobiografia, pamphlet, saggio, c’è la summa del pensiero attuale dell’ex leader dei Cccp-Fedeli alla linea, Csi, Pgr.  Parole che leggono con lucidità il tempo presente, pur se scritte ben prima della pandemia.  A dispetto di tutte le interviste in cui Ferretti viene regolarmente consultato su Meloni e Salvini il libro non parla di politica in senso stretto, né cita i due di cui sopra. Il libro è politico in senso ampio ed è, soprattutto, un fare un punto, da parte dello scrittore, riguardo la propria vita. Quasi un mandarne a mente le fasi e affermando il senso di un percorso circolare che ha riportato Ferretti là dove era nato, Cerreto Alpi, Reggio Emilia.

“Vivere sui monti, le persone gli accadimenti, sono motivo per cui scrivere – afferma Ferretti”. Il punto di vista è da Cerreto Alpi, uno sguardo esterno sul reale. “La vita non è un enigma e i big data non aiutano a risolverlo. La vita è un mistero, bisogna per forza riordinare pensieri, parole, opere e omissioni”.

Le radici, l’Appennino, la piccola comunità che regge sulle gambe di pochi, la storia di Fiore, il culto e la cultura cattolici, Israele e la Mongolia, i cavalli e i 24 anni insieme al fedele Tre, ma anche la musica e i concerti, per la prima volta raccontati con piacere, le speciali relazioni di Cerreto e Ferretti con alcuni religiosi, la storia di Paola Giacomini e la consegna a lei del futuro del teatro equestre. A questo felice  mondo ferrettiano si contrappone un’invettiva contro il tempo contemporaneo. “La terra muove in rovinosa caduta, l’unica cosa che so è che non abbandonerò la mia casa, la mia chiesa, il mio cimitero. Sono vecchio, nel caso veglierò le macerie.  Il nuovo che avanza è un grandioso psico/bio Parco, patrimonio di una futura umanità”.

 

Ruvido, distopico, sradicato

Introdotto da una citazione di Cormack Mc Carthy da “La strada”, Non invano si apre in modo ruvido come un romanzo distopico e invece sta solo descrivendo la nostra realtà. La scelta si gioca tra lo sradicamento e le radici. Schermo regnante è il titolo del primo capitolo, una critica verso la società tecnologica digitale, per la sua vacuità che porta ad una accelerazione verso una “tabula rasa tecnologica”: psico-bio-Dio.

“Un ciclo storico è finito, lo sradicamento è il presupposto per accedere alla mutazione in atto” verso una “nuova umanità” sradicata. “Chi è sradicato, sradica”.

“Una mostruosa individualizzazione degli esseri, sradicati, compattati in masse amorfe di disperati da un lato consumatori/utenti appagati/indignati dall’altro, l’estetica sentimentale come collante etico sono il nuovo presupposto su cui edificare la nuova torre di Babele” scrive Ferretti. Si vive un eterno presente controllato dalla tecnologia, con gli schermi come re assoluti che esauriscono ogni spazio e rubano la dimensione reale, terrestre.

La scelta delle radici, l’Appennino

“Sta nel cuore dell’uomo il possibile punto di rottura”. Contrapposti allo sradicamento ci sono l’Appennino, la Heimat di Ferretti, le radici.  Lui ci è tornato non da “cittadino produttore consumatore utente paziente”, non  “da metropolitano cosmopolita vincente” ma da “rurale montano perdente!”. “Il mio aiuto, la mia sola forza, sta nell’essere radicato”.

Lì ci sono una “venerabile dimora, tempio e fortezza”, già raccontata con i personaggi famigliari in “Reduce”. Lì ci sono storia e memoria, uno sgretolare, un finire, un senso di impotenza “contagioso ma sereno”. C’è un borgo che sa farsi comunità di destino, inventarsi soluzioni dove le leggi si inceppano. Lo si racconta con la storia di Fiore: “La sua asocialità non mitigata da una comunità lo avrebbe costretto nelle maglie della pubblica assistenza, del disagio psichico”. Il supporto di una comunità ha consentito di restare nella sua casa, tra la sua gente, “vivere e morire in pace, per quel che si può, è il dono reciproco che ci siamo fatti, la comunità e Fiore. Non sembri poco, non lo è”.

C’è quel ritornare, radicarsi di nuovo, a difendere tenacemente un senso, contro l’irrilevanza e la politica sbagliata, come nel libro sull’Italia interna scritto a quattro mani con Franco Arminio lo scorso anno, “L’Italia profonda”. L’Italia che si spopola e che viene sprecata.“Luogo esposto al tempo, al vento e di struggente bellezza, frana irrimediabilmente il corpo antico della cristianità di occidente”. Dove c’erano prati e pascolo, un’economia che garantiva la comunità, ora “c’è una landa spaesata che reclama investimenti”. All’abbandono succede “una incredula immobilità”.

“Il selvatico avanza, il domestico recede. Una civiltà è alla fine perché ha perduto la sua ragion d’essere. Qui sull’Appennino settentrionale tutto come sempre, stabile progressista.  Sopravvivere è già un risultato dignitoso, non scontato”.  E ancora: “In una montagna che ha fatto della neve in utilizzo sportivo il cardine della propria economia le variazioni climatiche, naturali ed incontrollabili, si presentano come fonte di angoscia, poi diventano stato di calamità”.

La controcopertina e la copertina cartonata riportano una fotografia  di un campanile in mezzo a una strada. L’ha scattata Martina Chinca,  autrice dei video dei quali è protagonista Ferretti.  “Era il campanile aspirerebbe ad essere torre civica. – scrive Ferretti – Si erge solitario, sorta di aiuola spartitraffico in desolato parcheggio, marca il confine tra i vivi, in contumacia, e i morti tutti presenti”.

 

 

 

Prevale il senso del “non invano”

Sebbene le radici affondino in una terra che si sgretola, prevale il senso del “non invano” e appaiono figure che consentono di sperare. Persone e raffigurazioni. Nelle raffigurazioni, lo scorrere delle tappe della vita di Ferretti, tra i diversi gruppi musicali (“ci sono sempre stati”), le esperienze, i viaggi, come quello catartico in Mongolia (“per quanto lungo e accidentato lì di definì il mio ritorno”), il calore dei concerti di “A cuor contento” con una troupe di amici fidati. E’ una lunga agenda di “non invano”.

 

Tra i personaggi che illuminano la seconda parte del libro, alcune amicizie. “Sacerdoti e monasteri e indicare la via”, in particolare il rapporto speciale tra le comunità di Cerreto Alpi e Sassalbo con il monastero di Dečani in Kossovo e con padre Otač Benedikt. Poi c’è Tre, il cavallo con cui Ferretti ha condiviso gli anni dal 1996 a oggi. Un sodalizio che è una fratellanza. Il capitolo a lui dedicato è struggente e costruito tra strappi e abbandoni.

Da ultimo un passaggio di testimone sul tema del teatro barbarico, sperimentato con Saga e la Corte transumante di Nasseta (“una battaglia da combattere, una battaglia persa”). Il testimone passa a Paola Giacomini, che dalla Mongolia ha traversato a cavallo i domini del Kan e oltre fino a casa in val di Susa: “Tutto ciò che resta del teatro barbarico sta sulle sue spalle”.

Se “c’è grande confusione sotto il sole” e se manca quell’aura lirica che ha fidelizzato negli anni i fans di Ferretti, resta il poter dire, al di là della durezza sterile del presente, che tutto ciò che è stato, riuscito o non riuscito, non è stato invano.  Qualcosa di simile a un far pace con se stessi, che può essere anche un nuovo inizio.

“Sempre più spesso rifletto sul non invano, ciò che resta nel passare delle generazioni e mi ritrovo con le poche parole riconducibili alla dottrina della mia infanzia (…). In quotidiana disciplina. (…) Fui giovanotto moderno mondano inquieto in tentazione non invano”. 

(c) Fotografie Ums

Autore dell'articolo: Luisa Gabbi