“E tu splendi invece”: Pasolini il giorno prima nelle foto di Pedriali

Centodieci scatti realizzati a poche ore dall’omicidio sono in mostra alla Fondazione Fendi di Roma fino al 20/9. Tra lucciole ed “Edipo Re” l’installazione di Raffaele Curi nel Palazzo Rhinoceros restaurato da Jean Nouvel.
La mostra “E tu splendi invece” (c) Ums

 

Centodieci fotografie, alcune inedite, scattate a Pier Paolo Pasolini da Dino Pedriali nei giorni precedenti l’uccisione, quasi un “testamento del corpo”, sono il cuore della mostra Ti impediranno di splendere. E tu splendi invece a Palazzo Rhinoceros, Roma, fino al 20 settembre.

La mostra di Rhinoceros Gallery con Fondazione Alda Fendi –  Esperimenti è a cura di Raffaele Curi, sempre al fianco delle operazioni culturali di Alda Fendi. Si sviluppa come un’installazione su sei piani, nel palazzo ripensato e rivisto da Jean Nouvel e inaugurato nel 2018.

Sono tornate le lucciole

Un’accurata selezione del pensiero pasoliniano guida nel percorso. Il primo splendore  si incontra, dall’ingresso di via Cherchi, ed è poetico e politico.

Dopo il Rinoceronte, simbolo del palazzo, si giunge a un atrio nero e buio, puntinato con disegni di lucciole fluorescenti e sonorizzato con il canto dei grilli. L’opera è firmata da Curi che la intitola “Sono tornate le lucciole” rimandando al celebre “articolo delle lucciole” di Pasolini.  Riprodotto in una stanza successiva, l’articolo era apparso il 1’ febbraio 1975 sul Corriere della Sera con il titolo “Il vuoto del potere in Italia”. In un atto d’accusa contro la Dc, e descrivendone il primo e secondo fascismo,  paragona la scomparsa delle lucciole allo svuotamento intellettuale dell’assetto moderno in Italia. Ma arrivare alla bacheca passando dalle lucciole di Curi, unisce alla denuncia “una semplice gioia infantile nel vedere le lucciole vagare nei campi di grano pronti per il raccolto. Un Pasolini lirico greco”, come dice il curatore.

Foto normali, magnetiche

Dopo questo incipit, attraversiamo le fotografie in bianco e nero  di Dino Pedriali a Pier Paolo Pasolini, realizzate nei giorni precedenti e fino al giorno prima dell’omicidio. Sono foto da guardare lentamente. Subito non colpiscono, poi diventano magnetiche. Ppp viene ritratto nella sua casa di Sabaudia e in quella di Chia, la torre di Colle Casale, vicino a Viterbo. Lo sguardo del fotografo è amicale senza ammiccare, lo sguardo di Ppp è fiducioso, serio. Non ci sono sorrisi, c’è naturalezza e c’è mistero. È un Pasolini al lavoro in un ambiente rifugio, tra mare, bosco, lago. Spettinato controvento all’aria aperta, in casa chino alla Lettera 22 o sulle ordinate bozze, nell’impegno creativo, gli occhiali spessi appoggiati sul tavolo. A fianco una carpetta, “Lettere Luterane”.  È da questa carpetta, come in un gioco di specchi, che uscirà il famoso verso da cui la mostra prende il titolo.

Scriveva Pasolini nella lettera a Gennariello i suoi moniti contro i “destinati morti”, i perdenti che insegnano la rinuncia, il conformismo e il consumismo, persino la bruttezza: “Si vergognano dei loro eventuali ricci, del roseo o bruno splendore delle loro gote, si vergognano della luce dei loro occhi, dovuta appunto al candore della giovinezza, si vergognano della bellezza del loro corpo. I «destinati a essere morti» non hanno certo gioventù splendenti: ed ecco che essi ti insegnano a non splendere. E tu splendi, invece, Gennariello”.

Le foto di nudo come “rubate”

Un nucleo di foto inedite, circa una quindicina, riprende dall’esterno, attraverso le vetrate, Pier Paolo Pasolini in casa. È nudo. Legge, sdraiato sul letto, seduto o cammina. Sono immagini  sfocate e impostate alla maniera delle foto “rubate” di un paparazzo. In realtà l’effetto è tutto diverso, l’atmosfera è quella intima dell’intellettuale a riposo. Un “testamento del corpo”, come le descrive Curi.

Inevitabile constatare come Pasolini a 53 anni avesse un corpo giovanile e riflettere su come sia stato possibile che non sia riuscito a difendersi dall’aggressione di un uomo solo.

Edipo Re ed Edipo-Pasolini

La mostra ascende per sei piani verso il cielo e attraversa il tema dell’Edipo Re, con proiezione del film, gigantografie degli attori prediletti: Sergio Citti, Ninetto Davoli, Silvana Mangano, Carmelo Bene, Julian Beck.

All’Edipo Re farà eco, al piano terra, l’Edipo Pasolini della “Supplica a mia madre” che appare scritta su un muro: “Perciò devo dirti ciò che è orrendo conoscere. Che è dentro la tua grazia che nasce la mia angoscia”.

 

Una filosofia a sé

“Pasolini, partendo dagli eterni paradigmi della tragedia greca – scrive Curi -, annusa le variazioni sensoriali e quasi spiritiche e realizza una filosofia a sé stante dove il “senso di colpa” diventa schema di un punto di incontro tra Einstein e il Tao, la filosofia delle masse e Heisenberg, il Buddha e il Vangelo secondo Matteo”.

Sei piani con Jean Nouvel

Salendo si ha occasione di ammirare il magnifico lavoro di reinterpretazione degli spazi di Jean Nouvel, il suo primo incarico a Roma, tra  metalli, legno, mattoni a vista, cristalli, acciaio, superfici dai colori neutri. Un cavedio che affianca l’ascensore si presta a diventare spazio per la proiezione verticale del documentario “Un poeta scomodo”, Teche Rai, il cui sonoro, con spezzoni e testimonianze, invade tutti i piani e gli ambienti. Si sente in particolare la voce struggente di Domenico Modugno, che canta le canzoni di Ennio Morricone, autore della colonna sonora di “Uccellacci e Uccellini”.

Un delitto che riguarda la polis

Dopo la lettera alla madre,  la gigantografia del corpo del poeta a Ostia coperto da un telo insanguinato, il 2 novembre 1975, circondato dalla folla.  La poesia, la filosofia, la letteratura, il cinema non ci esimono. Si torna a un delitto che non è un fatto privato ma politico e della polis, nostro.

Fendi: “Lo vorremmo tra noi”

La breve dichiarazione di Alda Fendi  che accompagna la mostra è senza retorica. Colpisce anzi con lucida acutezza. “Un nome forse troppo dimenticato quello di Pasolini oggi – afferma – in atmosfere plumbee e asettiche, sottilmente variegate di un’Italia che si arrende e partecipa a un disamore epidemico e irrisolto”.  Conclude: “Tutti vorremmo che fosse ancora tra noi come castigatore virile e incandescente di un popolo ormai senza occasioni di riscatto, afflitto da un endemico ‘non ritorno’”.

La fedeltà a Pier Paolo Pasolini è anche tenere gli occhi aperti.

La visita alla mostra è a orari e su prenotazione

Fotoservizio (c) Ums

 

Autore dell'articolo: Luisa Gabbi