Il cinema riparte da Venezia, al cinema Teatro Kolbe di Mestre, con Nessun nome nei titoli di coda

Primi passi dopo il lockdown: il cinema riparte da Venezia il 18 maggio grazie al Cinema Teatro Kolbe di Mestre. Per il lancio di una arena ‘sperimentale' (nel rispetto delle nuove disposizioni) hanno scelto un'opera dalla forte connotazione simbolica: il documentario Nessun nome nei titoli di coda, che arriva a Venezia con lapiattaforma di distribuzione MovieDay.

In un momento delicato, con le troupe e l’industria ferma, sono proprio le maestranze e le comparse di professione cui, più di tutti, va il pensiero della collettività.
Nessun nome nei titoli di coda, come ha dichiarato ultimamente il regista Pupi Avati ‘…è un lavoro prezioso. Mi ha molto colpito, in alcuni punti addirittura commosso, perché racconta un uomo che ha partecipato alla grande storia del cinema italiano restando sempre nell’ombra. Questo film gli restituisce quella visibilità che merita. Mi auguro lo vedano in tanti…’
Nessun nome nei titoli di coda, dopo essere stato tra i titoli che hanno visto interrotta la propria programmazione a seguito dell’emergenza coronavirus (era uscito in sala il 5 marzo), sarà dunque il primo film a ritornare su uno schermo.

18 Maggio ore 21.15 Piazzetta antistante Cinema Teatro Kolbe (Mestre)
NESSUN NOME NEI TITOLI DI CODA
Un film documentario di Simone Amendola
(83’ – 1:85:1 – 2019)
Una produzione Hermes Production
Con il sostegno del Ministero per i Beni e le Attività Culturali – Direzione Generale Cinema

SINOSSI
Da che il cinema è cinema se dici ‘comparse’, dici Spoletini. Cinque fratelli che dal dopoguerra hanno cercato le facce giuste per il cinema italiano e internazionale passato da Roma. Dei cinque, Antonio, a 80 anni suonati, è ancora lì, sul suo campo di battaglia, Cinecittà. All’approssimarsi dell’idea di una fine, come ogni uomo, vorrebbe lasciare un nome nei titoli di coda.

Trailer: https://vimeo.com/363671490

IL PERCORSO DEL FILM

Dopo l’ottimo debutto all’ultima Festa del Cinema di Roma, dove ha riscosso grande interesse da parte dei media e consensi da pubblico e addetti ai lavori, il film ha iniziato a girare nei festival internazionali, tra cui Belgrado, Stoccolma, New York, e ha ottenuto il Premio del Pubblico all’ARFF di Amsterdam e la Nomination Miglior Documentario Internazionale ai Fabrique du Cinema.
A gennaio l’eco è arrivata oltralpe e il Canale Artè France ha realizzato un reportage sul film trasmesso nei paesi francofoni e in Germania. Il 5 marzo 2020 il film è uscito al cinema, in coincidenza con l’uscita in sala, ha ottenuto il Patrocinio Fellini 100 dal MiBACT.

 

NOTA DI REGIA
C’è una sequenza, i funerali di Fellini, che è in qualche modo la chiave del documentario. Mentre monta la commozione negli occhi dei presenti (da Gassman alla Vitti ci sono tutti) la regia si sofferma qualche istante su un gruppo di uomini di mezza età, una decina circa. Il commentatore (Paolo Frajese) emozionato ce li racconta: ‘Questi che vedete sono gli artigiani che hanno fatto il cinema, volti a me e a voi sconosciuti ma che a ognuno Fellini aveva dato un soprannome affettuoso’. Al centro del gruppo, commosso, c’è Antonio Spoletini. Antonio oggi, a 82 anni, non smette di fare il suo lavoro con passione. Nelle sue iconiche telefonate come conigli dal cilindro sbucano all’improvviso Cleopatra e Orson Welles: ‘Faccio prima a dì con chi non ho lavorato!’ Si muove dentro Cinecittà come a casa sua. Ha fatto un pezzo di strada con tutti, che siano lo scenografo Premio Oscar Dante Ferretti, o il suo ex figurante (ormai star) Marcello Fonte, ma c’è un luogo dove le emozioni lo tradiscono ancora: il Teatro 5.
In Nessun nome nei titoli di coda il rapporto di Antonio con ‘Federico’ è il filo drammaturgico che salda l’azione del presente e la memoria: Antonio cerca una copia in pellicola di un film di Fellini a cui ha lavorato e cui è profondamente legato: Roma.
E questa ricerca diventa l’anima del film. Perchè incornicia il personaggio nel momento della vita in cui si tirano le somme, in cui si acuisce una sensibilità e le cose acquisiscono un senso maggiore. E grazie a questa nuova fragilità vengono a galla le cose più intime che sono le emozioni più universali.

Simone Amendola (Roma, 1975) è cineasta e drammaturgo. Nel 2010 si fa conoscere con il pluripremiato ‘Alisya nel paese delle meraviglie’, che ha contribuito a far emergere il mondo delle seconde generazioni. Nel 2013 realizza con l’attore Valerio Malorni lo spettacolo ‘L’uomo nel diluvio’, considerato tra i lavori più significativi della nuova drammaturgia, nel 2014 viene premiato al Premio Solinas e nel 2016 il suo documentario breve ‘Zaza, Kurd’ è presentato nella sezione MigrArti al 73° Festival di Venezia. Nel 2019 Editoria & Spettacolo raccoglie in volume ii suoi copioni teatrali.

Autore dell'articolo: Elena Dal Forno

Elena è giornalista dal 1994. Si occupa di vita in generale, cinema, arte, tennis, cucina vegana. Quando non è al cinema è in viaggio. Spesso la cosa coincide.