Recensione di Unorthodox, la nuova serie di Netflix

La storia di una ragazza ebrea, condannata a un matrimonio combinato, e della sua fuga per la libertà da New York a Berlino

Girata quasi interamente in yiddish, la nuova miniserie di Netflix “Unorthodox”, quattro puntate, di cinquanta minuti l’una, ci porta nella comunità chassidica di Williamsburg a New York. Ispirata al libro autibiografico Unorthodox: The Scandalous Rejection of My Hasidic Roots di Deborah Feldman, gli autori si avvalgono della licenza narrativa che vira fortemente verso il dramma per raccontare di una giovane donna di nome Esty che fugge dalla sua comunità e da un matrimonio combinato per scoprire che cosa c’è fuori nel mondo. La speranza di una vita libera prende le forme dei quartieri di Berlino, una città che per la protagonista è piena di opportunità. Qui si mette sulle tracce della madre, che come lei si era sottratta ad un sistema di credenze e norme asfittiche. Nel frattempo trova degli amici che si prendono cura di lei, e forse un amore.

A Berlino Esty inizia un viaggio di ridefinizione della propria identità. Si prepara a sostenere un’audizione per coltivare finalmente il suo sogno di diventare una pianista. Vuole una vita normale, vestiti normali che non siano  le gonne rigorosamente a metà polpaccio, i mocassini senza tacco e i capelli coperti da una parrucca. Gli uomini, riconoscibili  grazie ai loro abiti tradizionali e ai payot, i lunghi riccioli ai lati del viso, e le donne, non possono interagire se non sono sposati.

Il momento del bagno al lago è uno dei picchi della serie: la ragazza, immersa nell’acqua, si toglie la parrucca rivelando i capelli corti. La sua ribellione comincia così.

La scomparsa di Esty crea scandalo nella comunità. Gli anziani mandano suo marito, Yanky, e un uomo Moishe, a cercarla. Lasciare andare Esty sarebbe di cattivo esempio per i membri di una comunità che dopo essere stata decimata dall’Olocausto, si è ricostruita una vita a Brooklyn, isolandosi dal resto del mondo e chiusa in una quotidianità scandita dalla rigida osservanza di precetti religiosi. E’ vietata l’istruzione femminile. L’unico tipo di istruzione ammissibile consiste nello studio del Talmud e della Torah. Sono banditi i libri, la radio, il giornale e Internet. Sono tabù da cui tenersi alla larga. Alle donne è vietato cantare in pubblico.

Le scene in cui Esty inizia a esplorare ciò che la vita può offrire al di fuori della comunità sono meravgliose da guardare, e ogni volta che i flaskback ci riportano a Brooklyn, creano un senso di soffocamento e di angoscia continuo. Un espediente narrativo che fa di Unorthodox  una serie a metà strada tra coming-of-age e thriller.

Un viaggio verso la liberanzione che senza indugiare su uno sguardo giudicante, trascina lo spettatore in un mondo in cui la prima regola è la riservatezza. Tenere tutto nascosto fino al punto che anche la legge non ha alcuna validità.

 

 

Autore dell'articolo: Floriana Lovino