Quanto ci manca Caterina, che ci insegnò “Maremma”

Nelle sale dal 15 febbraio il film documentario di Francesco Corsi su una delle maggiori ricercatrici del canto popolare italiano. A dieci anni dalla scomparsa, la Bueno viene ricordata come alfiera di una stagione di impegno culturale e passione politica.

Non è un ritratto né una biografia “Caterina”, il film documentario di Francesco Corsi su Caterina Bueno. Piuttosto, è la rappresentazione di un’assenza, da parte di chi l’ha conosciuta da vicino. Quella di una donna di forte personalità, tra i maggiori interpreti e ricercatori del canto popolare tradizionale italiano. E di una mancanza: quella di una stagione in cui impegno culturale e  passione politica si saldavano.

Prodotto da Kiné con l’Associazione Culturale Bueno, l’Istituto Ernesto de Martino e l’Archivio del Movimento operaio e contadino in provincia di Siena, il film Caterina” sarà nelle sale dal 15 febbraio. Già premiato alla 60ª edizione del Festival dei Popoli lo scorso anno, era stato promosso nel 2017 a 10 anni dalla scomparsa dell’artista, nel 2007, all’età di 62 anni.

E’ grazie a Caterina Bueno, se in Italia si canta “Maremma amara” come se fosse stata tramandata di generazione in generazione. Fu invece lei a scovarla, appassionata fin da ragazzina della lingua italiana e in particolare toscana, e a fissarla in una versione raccolta nella montagna pistoiese. Nata a San Domenico di Fiesole dal padre pittore spagnolo, Xavier Bueno, e dalla madre scrittrice svizzera, Julia Chamorel, Caterina conserva sempre lo sguardo e le orecchie curiose dello “straniero” attento e di viva intelligenza. Ancora giovanissima, con il suo registratore Geloso percorre le campagne e le montagne toscane centimetro per centimetro. Raccoglie canti tradizionali proprio nel momento in cui la cultura popolare si sta trasformando, le popolazioni si stanno inurbando e il boom economico sta per cancellare una cultura secolare.

La sua è una vera “militanza”, una scelta anarchica, e si sposa con quella del Nuovo Canzoniere Italiano di Roberto Leydi, di cui entra a far parte.  Si esibisce con artisti come Giovanna Marini, Fausto Amodei, Giovanna Daffini. Incrocia  intellettuali come Dario Fo, Umberto Eco, Pier Paolo Pasolini. Ed è lei la “Caterina” di Francesco De Gregori, che la accompagnava, esordiente, con la chitarra nei suoi spettacoli.

Tutto questo viene raccontato, nel film, per accenni. Per “frammenti” come spiega lo stesso regista. “Abbiamo cercato di raccontare Caterina Bueno in maniera originale e non scontata – spiega –  quasi per frammenti di memorie, in continuo dialogo tra passato e presente. Era, per molti versi, una scommessa rischiosa”.

Fondamentale, inoltre, il ritrovamento del documentario “Caterina Raccattacanzoni” di Luciano Michetti Ricci e Luciano Bolzoni, girato nel 1967, seguendola nei suoi viaggi su una 500 scassata. Ancora Corsi: “Uno strano film, quasi un “on the road”, che aveva per protagonisti Caterina e la sua attività di ricerca. E’ stato il primo espediente narrativo che ho utilizzato per ricomporre, sul filo della memoria e dopo mutazioni storico-culturali rilevanti, il ritratto di un’artista tanto significativa”.

E dunque il film non è, come detto, biografico. Forse anche per rispetto davanti al profilo di una vera filologa.  La personalità, la vita, la storia di Caterina Bueno emergono  come al sollevarsi di una velina su vecchie foto di una persona amata.

Sono infatti principalmente compagni di strada, musicisti e ricercatori, a raccontare Caterina. Il ritmo è lento come il tempo della vita appartata, il tempo quasi reale di un racconto ancora segnato dal lutto. Non dalla nostalgia, bensì dalla mancanza.  I protagonisti sono gli amici di Caterina: Giovanni Bartolomei, Jamie Marie Lazzara, Andrea Fantacci, Alberto Balia, Valentino Santagati e Giovanna Marini. Raccontano, mostrano immagini, azionano registratori e video.

Quasi epifanico il racconto di Giovanna Marini che ricostruisce sul palcoscenico del teatro Caio Melisso a Spoleto,  durante il Festival dei Due Mondi, lo spettacolo “Bella Ciao”. Lì Bueno, lì Amodei e là Daffini, Mantovani. Poi  il putiferio del pubblico all’ascolto delle canzoni di protesta. La borghesia che reclama, i loggioni che intonano “Bandiera rossa”, la platea che risponde con “Faccetta Nera” e Giorgio Bocca  con “Fratelli d’Italia” per pacificare gli animi. Era il 1964, il canto popolare era una faccenda politica e di identità, di vicinanza a un popolo e agli ultimi.

I frammenti e le atmosfere raccolti da Corsi con “Caterina” ci portano  a volerne sapere di più e a riflettere su una stagione lontana, ma così importante per l’Italia, svoltasi sul confine delle trasformazioni storiche, sociali e culturali.

Commovente il camminare nell’orto che lei frequentò, dove le passioni intellettuali e politiche, da Elsa Morante ed Enrico Malatesta, si confondono con l’amore panico per la natura. Dove la ricerca del canto delle genti si mescola al cantare dei grilli.

Infatti, come raccontò Caterina a Luca Pastore, persino “La storia delle nozze tragiche tra il grillo e la formica” può diventare un canto di protesta se lo intonano 6mila persone in una piazza, dirette da una ragazza con una chitarra.

Per informazioni su Caterina Bueno documentate pagine su Wikipedia, sull’enciclopedia delle donne e associazione Bueno.

Autore dell'articolo: Luisa Gabbi