A Trieste, la mostra d’arte dell’artista Maurits Cornelis Escher

La grande mostra dedicata a Maurits Cornelis Escher, uno dei più geniali artisti olandesi, dal 18 dicembre scorso ha aperto le porte del Salone degli Incanti di Trieste, dove vi rimarrà fino al 7 giugno 2020.

La grande mostra dedicata a Maurits Cornelis Escher, uno dei più geniali artisti olandesi, dal 18 dicembre scorso ha aperto le porte del Salone degli Incanti di Trieste, dove vi rimarrà fino al 7 giugno 2020. La mostra antologica è composta da circa 200 opere, comprese le sue più famose come Vincolo d’unione (1956) e Metamorfosi II (1939), e si articola in 8 sezioni, in cui si può racchiudere, a grandi linee, la vasta produzione dell’artista olandese.

Escher nasce nel 1898 in Olanda, dove muore nel 1972. Nel 1922 arriva per la prima volta in Italia, di cui si innamora e in cui resta a vivere per ben dodici anni, imparando a conoscerla a fondo con i sui numerosi viaggi alla scoperta del belpaese da nord a sud, visitando i più piccoli borghi, rappresentati in molte delle sue opere, per poi stabilirsi a Roma. Questo soggiorno italiano giocò un ruolo fondamentale per l’artista poiché il suo obiettivo era quello di trarre ispirazione dalla natura e da tutti quei soggetti su cui nessun altro si concentrava. Escher cercava la felicità nelle piccole cose, ed era riuscito a trovarla proprio qui, dove il suo studio dei paesaggi e della natura rigogliosa lo portava a concentrarsi sulle strutture geometriche alla base di panorami e degli elementi naturali. La sezione Paesaggi italiani della mostra di Trieste è dedicata proprio a questi temi. Ma Roma ispira l’artista in alcune delle sue opere più belle. Le sue passeggiate notturne tra le strade della città illuminate solo dalla luna, lo portano alla realizzazione di opere senza paragone. L’architettura cittadina risaltava agli occhi di Escher con la sua perfetta geometria tale da portarlo alla realizzazione della serie Roma Notturna, composta da una dozzina di stampe sperimentali con cui Escher affina la sua tecnica xilografica per le ombreggiature dando risalto all’eterna perfezione dei monumenti romani, che si può chiaramente percepire nelle sue opere. Le altre sezioni, come tutta la produzione escheriana, sono una continua e infinita sperimentazione che portano l’artista alla realizzazione di opere incredibili, come Metamorfosi II, dalla dimensioni impressionanti (quasi 4 metri di lunghezza per soli quasi venti centimetri di altezza), dall’effetto quasi ipnotizzante, che esprime pienamente il significato dell’arte escheriana in continua evoluzione, che si concentra minuziosamente su ogni dettaglio, fino a sfiorare la precisione più maniacale possibile, e andando pienamente a sbattere contro quella che possiamo definire tranquillamente perfezione.

Inoltre, nella mostra antologica di Trieste, viene esposta per la prima volta al mondo la serie de I giorni della creazione, sei xilografie realizzate tra il dicembre 1925 e il marzo 1926 che seguono i sei giorni della creazione, focalizzando l’attenzione sul risultato della creazione anziché sul Creatore stesso, infatti non viene incluso il settimo giorno, quello in cui Dio si è riposato. Nel secondo episodio di questa serie, La divisione delle acque, che è considerato uno dei primi capolavori di Escher, si ispira all’opera giapponese di Katsushika Hokusai, The Great Wave off Kanagawa. Nella sua casa paterna era presente una riproduzione di quest’opera, acquistata dal padre durante un periodo di permanenza in Giappone, che lo aveva accompagnato nella sua vita e probabilmente ispirato tale capolavoro. La divisione delle acque di Escher divenne talmente famosa in Olanda, che gli vennero commissionate 300 stampe da appendere nelle classi delle scuole superiori olandesi.

L’arte di Escher è impossibile da spiegare, la sua è una vera e propria ricerca matematica, con gli strumenti dell’arte, che lo portano, con la sua ossessione per la divisione regolare del piano, ad avvicinarsi a una concezione quasi scientifica dell’idea di bellezza, da cui rimaniamo estasiati percependola nelle sue opere, in cui l’inizio contiene già la fine, anche se il nostro occhio non riesce a vederlo.

 

Autore dell'articolo: Elena Sulmona