Recensione: “Paradise – una nuova vita”

La commedia semi seria di Davide Del Degan racconta lo spaesamento di un giovane testimone di giustizia

Eroi silenziosi, senza nome, o almeno senza il loro vero nome, perché hanno dovuto lasciarsi tutto alle spalle. Sono i testimoni di giustizia, persone comuni che per denunciare la malavita sono costrette a scappare e vivere sotto copertura. Come Calogero, (Vincenzo Nemolato) il protagonista di “Paradise”, il primo film di finzione del regista  Davide Del Degan, scritto da Andrea Magnani, il regista di “Easy, un viaggio facile facile”, al TFF (nella sezione After Hours)  e nelle sale dalla prossima primavera con Fandango

“Tutti conoscono bene i collaboratori di giustizia, che comunque hanno a che fare con il mondo della malavita, mentre si conosce molto meno la storia dei testimoni di giustizia», dice il regista. « Il protagonista è un uomo ordinario che fa una scelta straordinaria perché sente che è la cosa più giusta da fare. Si ritrova così catapultato tra le montagne del Friuli, a Sauris, un villaggio sperso nella neve, lontano dalla sua famiglia che non ha voluto seguirlo, e dalla figlia che sta per nascere.Il killer contro cui lui ha testimoniato è diventato a sua volta un collaboratore di giustizia e, per un errore burocratico, è stato spedito nella stessa località, con lo stesso falso nome. Il nostro Calogero è convinto che sia lì per ammazzarlo, e non sa che il killer, interpretato da Giovanni Calcagno, non ha l’intenzione di vendicarsi.

Del Degan racconta di aver voluto ragionare sulle seconde chance e le occasioni di riscatto. Dietro ad un dispositivo in cui si mischiano  momenti drammatici e e situazioni grottesche, prima fra tutti le lezioni di Schuhplattler, la danza tradizionale tipica bavarese e tirolese ballata da solo uomini, si nasconde una voce risentita, anche quando sapientemente misurata, che non rinuncia a ringhiare il suo livore contro un sistema che, pur facendo di tutto per proteggere chi si ribella alla mafia, non ha gli strumenti per farlo fino in fondo.

Il film gioca con l’ironia per creare tenori finzionali diversi e diversi gradi di croyance spettatoriale e dare così la possibilità allo spettatore di accettare come veri la situazione posta in essere dal film e i suoi personaggi e riflettere sui valori morali che la storia contiene.

Autore dell'articolo: Monica Straniero