“Dio è donna e si chiama Petrunya” è il ritratto di una società misera

Il film di Teona Strugar Mitevska sa unire impegno e ironia in una storia al femminile dalla forza dirompente.

Raramente le donne ben educate fanno la storia e Petrunya non fa eccezione. Film rivelazione dell’ultimo Festival di Berlino e in anteprima italiana alla 37esima edizione del Torino Film Festival, “Dio è donna e si chiama Petrunya” di Teona Strugar Mitevska, è una satira femminista che cerca di comprendere le complessità dietro la dilagante misoginia nella sua terra natale.Disillusa dalla vita e senza un lavoro, la giovane Petrunya (Zorica Nusheva) si ritrova per caso nel mezzo di un’affollata cerimonia religiosa riservata agli uomini: una croce di legno viene lanciata nel fiume e chi la recupera avrà un anno di felicità e prosperità. Si tratta di una tradizione tipica dei paese ortodossi. Il film si ispira ad un evento realmente accaduto nel 2014 a Štip, in Macedonia. Quell’anno fu una donna a recuperare la croce. Un gesto che fu considerato oltraggioso dalla comunità locale e dalle autorità religiose, non essendo di fatto permesso alle donne di partecipare al rituale.

All’inizio del film Petrunya appare scontrosa e infantile per poi trasformarsi in una donna consapevole dei propri diritti. Tutto il paese sembra unito nel chiederle di restituire la croce, con le buone o con le cattive, ma Petrunya è decisa a non arrendersi e a tenerla con sé a ogni costo… Diventa presto chiaro che è la società in cui vive a giocare un ruolo fondamentale nel limitare le sue aspirazioni. A partire dal proprietario di una fabbrica dove si presenta per un colloquio di lavoro: troppo grassa, già troppo vecchia, vestita male, disoccupata nonostante la sua laurea in Storia. E’ fuori dagli schemi e dai ruoli consueti e di conseguenza non è considerata un membro funzionale della società. Emulare gli uomini chiaramente non è un’opzione, come dimostra il clamore della sua audacia per aver osato trasgredire i confini di genere imposti dalla tradizione. 

Autore dell'articolo: Monica Straniero

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