La satira sul nazismo al Torino Film Festival

Il 37° Torino FF si apre con Jojo Rabbit di Taika Waititi
Per quanto possa sembrare improbabile, abbiamo bisogno di ridere di Adolf Hitler. Sì, Hitler, colui che ha ordinato un massacro di massa, il cui nome è essenzialmente sinonimo di male. Da Charles Chaplin (“Il grande dittatore”) a Ernst Lubitsch (il brillante “Essere o non essere” ) fino a Mel Brooks (“The Producers”), non sono pochi i registi che hanno trasformato Hitler in una macchietta, costringendoci a guardare in faccia un mostro, l’uomo che trascinò il mondo sull’orlo del baratro.

“Jojo Rabbit” dello sceneggiatore e regista Taika Waititi, autori di affascinanti racconti sull’adolescenza come Boy and Hunt for the Wilderpeople, e del blockbuster Thor: Ragnarok, è l’ultimo esempio di questa tendenza resiliente. Il film cerca di bilanciare la commedia bizzarra e il cupo realismo per raccontare una della pagine più nere della storia europea.

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“Jojo” ispirato a “Caging Skies”, un romanzo di Christine Leunens, è un film rischioso a cui Waititi ha lavorato per otto anni. Interpreta un immaginario Hitler che vive nella mente di un bambino di 10 anni, la rivelazione Roman Griffin Davies, nella Germania nazista, un espediente narrativo che ricorda il film jugoslavo del 1992 di Goran Markovic dal titolo “Tito and Me.”

Nonostante la sua giovane età, Jojo è un nazista zelante, un ragazzo fanatico, orgoglioso di indossare l’uniforme della Gioventù Hitleriana. Si prepara per quello che promette di essere “il miglior weekend di sempre”,  due giorni di indottrinamento dell’ideologia nazista. Dopo un incidente che lo ha lasciato sfigurato, Jojo viene confinato in casa, uno spazio  vuoto dato che suo padre è andato a combattere al fronte e la madre, Scarlett Johansson, occupata a nascondere la sua attività nella Resistenza.

Gran parte del film si svolge all’interno dell’appartamento, che, a quanto pare, non è vuoto come sembra. Nascosta in uno scompartimento segreto dietro una credenza c’è Elsa (Thomasin McKenzie). Quando Jojo la scopre e le chiede se è un fantasma, la ragazza risponde “Sono qualcosa di peggio: un ebreo”. Tra i due si instaura un legame che metterà Jojo davanti ad una scelta.
L’obiettivo principale del film è dimostrare il carattere irrazionale del nazismo e dei suoi principi, ridicoli e illogici. Perchè solo un bambino può arrivare a credere che gli ebrei siano mostri con le corna. Il regista  fa sembrare infantile ogni nazista nel film, dal veterano di guerra Captain Klenzendorf (Sam Rockwell) fino all’agente della Gestapo comicamente ghoul,un tipo di mostro delle credenze islamiche, interpretato da Stephen Merchant.
“Jojo Rabbit è la storia di un ragazzo che impara a conoscere l’amore e la gentilezza mentre cresce in uno scenario di violenza e guerra”, dice Waititi. Eppure quando il film entra nel suo atto finale e scoppia la violenza, l’intero esperimento di narrazione perde forza. Questo perchè la sceneggiatura di Jojo Rabbit non è emotivamente abbastanza complessa per affrontare il crudele realismo del suo mondo. Accade così che la tristezza prende il sopravvento e le battute si fanno più piatte.
Ma il vero pregio del film è tutto raccolto nel messaggio rivolto alle nuove generazioni: risvegliare il loro pensiero critico per comprendere l’orribile storia della seconda guerra mondiale e evitare che orrori simili possano ripertersi. 

 

Autore dell'articolo: Monica Straniero