“U Muschittieri”, intervista al regista Vito Palumbo

La delicata storia di un bambino e delle sue paure. Una storia universalmente valida che ha come protagonista il piccolo Giovanni che vive, come tutti, la propria normale ma unica quotidianità

Palermo, 1946. Giovanni è un bambino di sette anni, con la passione per I tre moschettieri e una terribile paura del buio. La vigilia dell’Immacolata, suo padre Arturo gli svela, in anteprima, lo splendido presepe di famiglia. Giovanni né è ammaliato. Un personaggio però, un’inquietante figura dalla faccia rubizza e dall’aspetto minaccioso, lo impressiona: il ‘Guercio’. E’ questa, dunque, l’anomala e malefica presenza che si aggira tra i placidi e tranquilli protagonisti del presepe.

Dopo un omicidio per strada, in città, Giovanni pensa che il padre, responsabile dell’Ufficio Igiene e Prevenzione del Comune, sia minacciato da qualcosa. Così, come un eroico moschettiere armato di spada di legno, cappello e pettorina crociata, vigilerà sul presepe e sulla sua famiglia in un clima di tensione mista a gioco.

Stiamo parlando del cortometraggio ‘U Muschittìeri’, ultimo lavoro del regista Vito Palumbo, che narra di un momento della vita di Giovanni Falcone. Perché anche lui è stato bambino, e come tutti i bambini ha avuto paura: del buio, delle cattive sensazioni, del mondo.

A raccontarlo, in primis, è lo scrittore palermitano Angelo Di Liberto nel suo “Il bambino Giovanni Falcone. Un ricordo d’infanzia” (nella ri-edizione 2017 della Mondadori), dal quale il regista Palumbo si lascia ispirare. ‘U Muschittìeri’ prodotto da Recplay, Intergea srl e da Beagle, in coproduzione con Rai Cinema e supportato da MiBAC e da Apulia Film Commission, è stato presentato in prima nazionale al festival RIFF di Roma dove è, anche, intervenuta la sorella del magistrato, la professoressa Maria Falcone presidente della Fondazione Falcone.

Nel corto si respira aria di altri tempi, il regista opta per una narrazione romanticamente classica. Tutto scorre semplicemente, avvolgendo delicatamente lo spettatore. Le immagini sembrano un susseguirsi di fotografie datate, dai colori caldi e un po’ sbiaditi, che sfogliamo lentamente.
Il tutto supportato dalla presenza del maestro Daniele Ciprì che riesce a fondere la sua visione alla chiara e netta idea registica e che dona al corto un’atmosfera familiare.
Ad interpretare il piccolo Giovanni Falcone è Gabriele Provenzano, accanto a lui, nei panni di Maria Falcone, la piccola Daria Civilleri. Nei ruoli dei genitori di Giovanni, Arturo e Luisa, due attori di grande prestigio come David Coco e Simona Cavallari.

Per l’occasione, il regista Vito Palumbo racconta a TheSpot.news,,come ha ideato e realizzato il suo ultimo lavoro.

Come nasce U Muschittìeri?

Un autore è sempre alla disperata ricerca di storie che valga la pena raccontare. Quando mi è capitato di leggere, in modo del tutto casuale, il racconto reale tratto dalla vita di Giovanni Falcone ho subito capito che avrei fatto di tutto per farlo diventare il mio prossimo progetto filmico.

Come, quindi, il libro di Di Liberto ti ha colpito e spinto a realizzare questo cortometraggio?

Mi ha colpito perché all’interno di quel libro si parlava di un bambino normale con un nome comune: Giovanni, e un cognome, che letto col senno di poi, mette i brividi: Falcone.
In questa storia si parla di un bambino pieno di paure e non di un predestinato, un infante con le stimmate dell’eroe. Questa cosa mi ha subito fatto tornare alla mente la risposta che, il magistrato Falcone, diede alla giornalista francese Marcelle Padovani, in quella che sarebbe poi diventata la sua ultima intervista prima del vile attentato di Capaci.
Falcone, con la leggerezza e la simpatia che sempre lo contraddistingueva rispose: “L’importante non è stabilire se uno ha paura o meno, è saper convivere con la propria paura e non farsi condizionare dalla stessa. Ecco, il coraggio è questo, altrimenti non è più coraggio, è incoscienza”.
Ho capito allora che il rapporto coraggio/paura aveva permeato tutta la vita dell’uomo Giovanni Falcone e che questa storia riassumeva tutto questo concetto alla perfezione.

Cosa ha significato per te poterti rapportare ad una figura come quella di Falcone o meglio: un bambino che sarebbe diventato, poi, Giovanni Falcone?

Quando decidi di raccontare una storia e, quindi, dei personaggi realmente esistiti ti assumi una enorme responsabilità. Il racconto filmico ha il dovere di ricostruire, spesso romanzando, la realtà.  Mai come in questo caso, però, sentivo il dovere morale di non dover tradire i fatti reali. Quando ho mostrato il cortometraggio a Maria Falcone ero teso, in un totale stato di ansia perché sapevo che quella sarebbe stata la vera prova da superare. Poi Maria ha detto di essersi emozionata nel vedere negli occhi del nostro piccolo protagonista, la stessa luce degli occhi di suo fratello ed è stato davvero emozionante.
Il mio obiettivo è portare questo cortometraggio in tutte le scuole italiane perché, in estrema sintesi, il concetto che passa da questa opera filmica è: eroi si diventa.

Parliamo del set…come lo vivi? E com’è stato lavorare con Daniele Ciprì?

Io amo il set! Il set è il luogo dove tutto è in divenire. Sarei un bugiardo se non dicessi che sul set ci vado preparato e con nella testa, in modo molto definito, quello che voglio che avvenga ma un regista deve sapersi e volersi rapportare col concetto, molto teatrale, del momento presente. Deve saper accogliere con entusiasmo le novità, i cambiamenti ed essere pronto a modificare, ascoltando ciò che avviene sulle location con gli attori.
Quando ho deciso di coinvolgere Daniele Ciprì sentivo nei suoi confronti un enorme timore reverenziale. Temevo che, in qualche modo, potesse imporre i propri gusti, il proprio stile e invece Daniele è un grande ascoltatore e ciò che, sin dall’inizio, si è impegnato a fare è di mettersi al servizio del regista e del racconto. Credo che Daniele sia la persona più umile che abbia mai conosciuto nonostante una carriera che esigerebbe, al suo passaggio, pavimenti rivestiti di tappeti rossi.

Prossimi progetti? Hai mente di lavorare ad un lungometraggio?

Quando finisco di girare penso sempre di voler lasciare perché lo sforzo è così enorme che poi ti lascia senza energie. Poi ti svegli la mattina dopo e hai di nuovo una voglia matta di raccontare storie nuove. Ho tanti progetti nel cassetto. Sicuramente c’è anche l’idea e la voglia di arrivare a girare un lungometraggio in Italia ma vedremo quello che accadrà.

 

 

 

 

Autore dell'articolo: Luana Martino