Le Ereditiere, il film di Marcelo Martinessi, pluripremiato al 68° Festival internazionale di Berlino

La storia di due donne un tempo ricche che perdono la loro sicurezza economica e devono fare di tutto per adattarsi alla nuova realtà

Il cinema latino americano continua a produrre pellicole godibili, preziose. Questa volta a sorprendere è il film Le Ereditiere (Las Herederas), scritto e diretto dal 45enne regista paraguaiano Marcelo Martinessi. Distribuito dalla Lucky Red ed in proiezione nelle sale italiane dal prossimo 18 ottobre, il film ha ricevuto all’ultima edizione del Festival di Berlino il premio Fipresci dalla critica internazionale, il premio Alfred Bauer e l’Orso d’argento per la migliore interpretazione femminile, andato all’attrice Ana Brun nel ruolo di Chela.

Alla Mostra del Cinema di Venezia del 2016, nella sezione Orizzonti, con La voz perdida, Martinessi vinse il premio per il miglior cortometraggio.  Alla cerimonia di premiazione, il giovane regista dedicò il riconoscimento alle vittime della comunità Curuguaty. La voz perdida narra infatti la storia del massacro di una piccola comunità, chiamata Curuguaty, avvenuta il 15 giugno del 2012. Oltre trecento agenti di polizia furono inviati a sgomberare l’occupazione di un terreno. Sul quel terreno si erano stabiliti circa settanta campesinos. L’attacco dei militari all’asientamento provocò undici morti tra i contadini, sei furono invece le perdite tra i militari. I fatti di Curuguaty permisero alla destra dei colorados e all’oligarchia latifondista di destituire il presidente Fernando Lugo e di riportare il Paraguay nelle mani dei proprietari terrieri.

Con Lad Herederas, Martinessi ha mantenuto la promessa di riportare all’attenzione del mondo la storia del Paraguay attraverso l’arte, il cinema, la voce e la gestualità di personaggi iconografici, osservati con gli occhi di chi desidera stracciare il velo scuro che ha avvolto il paese latino americano per decadi. Candidato dal Paraguay all’Oscar come miglior film straniero, Le Ereditiere narra un intreccio di storie tutte al femminile che si svolgono con sullo sfondo la città di Asuncion. Le vite dei personaggi raccontano le crisi, le ipocrisie, le solitudini, la nostalgia, della piccola borghesia decaduta, che pure prova a rimanere attaccata a piccoli ‘privilegi’ di un’età dorata, i nutrienti di disparità ed ineguaglianza sociale.

Tutte donne le protagoniste. Chela e Chiquita (Margarita Irún) sono donne la cui giovinezza è sfiorita, più per un’indigenza inattesa e non accettata che per la loro stessa età. Sono una coppia da oltre trent’anni, amanti non dichiarate, convivono in una casa che lentamente si spoglierà di suppellettili e mobili, messi in vendita per far fronte al tracollo finanziario. Chiquita dovrà scontare qualche settimana in carcere per un ‘debito’, come lei stessa sostiene, per una truffa, come le contesta l’autorità. È a quel punto che Chela si ritrova sola a reinventarsi una vita, sebbene non lo chieda inizialmente. Sarà l’incontro fortuito con Angy (Ana Ivanova), molto più giovane, che incarna lo spirito della ‘ribellione’ e della ‘modernità’, ad ‘innamorare’ Chela e a sperimentare per se stessa possibilità fino ad allora accantonate o nemmeno contemplate.

Anche i personaggi di contorno sono tutti femminili. I personaggi maschili sono una guardia carceraria, il potenziale acquirente dell’auto che Chiquita vorrebbe vendere, l’amante fedifrago di Angy e non hanno alcun ruolo nello sviluppo della narrazione. Come lo stesso Martinessi puntualizza, il film ‘vuole entrare in un universo femminile’ che da una parte è ispirato al suo personale mondo modellato dalle donne di famiglia, dall’altro riprende sia pure in modo originale la caratterizzazione dei personaggi femminili del compianto e dimenticato Rainer Werner Fassbinder. Così si giustifica anche la scelta di mettere in scena donne con un’età sempre poco rappresentata, la terza: amiche, vicine di casa delle protagoniste, che partecipano a rendere ogni frame realistico, familiare per ogni pettegolezzo che riempie i dialoghi. Una prova filmica che si regge tutta sulla bravura delle attrici scelte dal regista, di Ana Brun soprattutto che restituisce un ritratto intimo e gentile senza privare il film della vocazione sociale cui lo destina l’autore. Uno strumento di riflessione che invita all’indagine della realtà sociopolitica del Paraguay: un paese quasi dimenticato.

Autore dell'articolo: Imma Tuccillo Castaldo