L’Agrichimica, le sue vittime ed il bluff della sicurezza alimentare

I soldi pubblici in agricoltura sostengono l’uso dei pesticidi. Al biologico, che copre quasi il 15% delle superfici agricole italiane, va meno del 3% dei finanziamenti europei e nazionali. In pratica sui campi “chi inquina viene pagato"

Sacko Soumayla, Dewayne Johnson, Fabian Tomasi. Qualcuno li ricorda. Coloro cui questi nomi non raccontano niente si staranno chiedendo chi siano e cosa abbiano in comune. Non sono nomi presi a caso. In realtà chi scrive pensa a quelli che non trovano spazio nella brevità di un articolo. Si lascia al lettore la responsabilità di approfondire, di redigere una lista di persone che con Soumayla, Johnson, Tomasi abbiano ‘qualcosa’ in comune e di scoprire, a limite, di star condividendo con loro ‘qualcosa’ in prima persona.

Cosa tutti abbiano, ed abbiamo, a che vedere con il Rapporto “Cambia la Terra. Così l’agricoltura convenzionale inquina l’economia (oltre che il Pianeta)” , presentato la settimana scorsa a Bologna, alla Festa del BIO, lo si immagina anche solo leggendo le brevi ‘biografie’ che seguono.

Sacko Soumayla. Ucciso il 2 giugno 2018 aveva 29 anni e veniva dal Mali. Un cecchino malavitoso gli ha sparato da lunga distanza. Sacko era un attivista sindacalista dell’Usb, impegnato nelle lotte per difendere i diritti dei braccianti agricoli sfruttati nella Piana di Gioia Tauro, i tanti che vivono costretti in condizioni inumane nella tendopoli di San Ferdinando, con un salario da fame.

Dewayne Johnson ha 46 anni, tre figli e un linfoma non Hodgkin, un tumore del sistema linfatico, di mestiere faceva il giardiniere. I medici sostengono abbia solo pochi mesi di vita. L’11 agosto scorso, il tribunale di San Francisco ha condannato la multinazionale Monsanto a risarcire Johnson con 289 milioni di dollari. Una sentenza storica. Il vicepresidente di Monsanto, Scott Patridge, ha annunciato la decisione di fare ricorso “per difendere il prodotto utilizzato da oltre 40 anni, sicuro per gli agricoltori e per tutti quelli che gestiscono il verde a vario titolo”. Ci mancherebbe. Il prodotto tanto sicuro di cui parla Patridge è l’erbicida Roundup, un prodotto a base di glifosato. Attualmente presso i tribunali statali statunitensi ci sono circa 4000 casi simili a quelli di Dewayne Johnson, tutti in attesa di esame. La sentenza è comunque un risultato importantissimo. Apre nuovi scenari nella lotta contro le ‘aziende che diffondono morte’ , come le definiva Fabian Tomasi. La giuria della Corte Suprema della California, infatti, non doveva pronunciarsi sulla eventualità, clinicamente impossibile da dimostrare, che il Roundup sia la causa della malattia terminale di Johnson. La Monsanto, d’altra parte, non ha potuto dimostrare che il prodotto non abbia concorso a provocarla. Gli avvocati di  Johnson dovevano ‘solo’ dimostrare che il Roundup fosse un “sostanziale fattore che ha contribuito” all’insorgenza della malattia stessa.

Fabian Tomasi è morto venerdì 7 settembre. Aveva 53 anni ed un corpo deformato. Era diventato, suo malgrado, il simbolo della lotta degli agricoltori argentini al glifosato grazie anche al reportage di Pablo Piovano, The Human Cost of Agrotoxins: un viaggio doloroso per documentare gli effetti del ventennale utilizzo dei prodotti agrochimici in Argentina. Fabian aveva cominciato a lavorare per un’azienda agricola nel 2005: doveva aprire i contenitori dei prodotti chimici, sversarne il contenuto in una cisterna da 200 litri e  miscelarlo con l’acqua. È morto per aver contratto una polineuropatia tossica. In Argentina, la coltivazione di soia ogm necessita di un’irrorazione di 300.000 tonnellate di glifosato ogni anno.

Torniamo in Italia facendo un piccolo salto temporale. Era il 2015, un tronfio ex primo ministro italiano, Matteo Renzi, celebrava l’Expo come grande occasione per rilanciare l’economia italiana e l’eccellenza del made in Italy. In quei giorni di sconcertante abbuffata e di sviolinate sull’eccellenza del cibo italiano, passavano in sordina due articoli, rispettivamente pubblicati l’11 aprile su Il Sole24ore e il 30 aprile su Il Manifesto. In sostanza, i due focus raccontavano una realtà ben lontana dalle roboanti dichiarazioni del parolaio toscano. Entrambi gli articoli riportavano l’attenzione sulla qualità e sul volume delle importazioni agricole in Italia. Il nostro paese importa “il 65 % di grano tenero (per pane e pizza) e il 30 % di grano duro (per la pasta)” oltre che il 20 % di mais ed il 90 % di soia, “usati in massima parte in zootecnia.”

“Nel 2016 sono stati importati 1,3 MMT di soia da Brasile, Stati Uniti, Canada e 2,1 MMT di farina di soia, per lo più dall’Argentina, dal Paraguay e ancora dal Brasile. In gran parte i famosi prodotti Dop di origine animale derivano da mangimi ogm importati dall’estero.” In sostanza, non produciamo prodotti ogm, ma ne facciamo largo uso per alimentare gli animali dai quali deriva l’eccellenza del Made in Italy.

L’8 settembre del 2018, a Bologna, alla Festa del BIO, è stato presentato il rapporto intitolato L’agricoltura convenzionale inquina l’economia (oltre che il Pianeta). I dati da soli servono a raccontare una situazione nazionale (e globale) sconfortante. In italia, “In 10 anni – dal 2006 al 2016 – la spesa per i pesticidi attualizzata ai prezzi correnti è aumentata del 50%; quella per i concimi del 35%. In pratica ogni agricoltore che coltiva secondo metodi convenzionali spende oggi circa 143 euro all’anno per ettaro per i prodotti fertilizzanti e 86 per i pesticidi (fonti: SINAB, 2017; ISTAT, 2011)”

Siamo anche fra i maggiori consumatori di pesticidi a livello europeo. L’ultimo Report dell’Agenzia Europea per l’Ambiente registra un consumo medio di principio attivo nella UE pari a 3,8 chili per ettaro: in Italia siamo a 5,7 chili per ettaro. La vendita di pesticidi, considerati i bienni 2011-13 e 2014-15, è aumentata del 7,9% . Negli altri paesi europei si è registrata una diminuzione anche di oltre il 50% (fonte: EEA, 2017). E Quale sarebbe il più utilizzato dei diserbanti? La risposta sembra veramente facile: il glifosato.

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità nel mondo si registrano oltre 26 milioni di casi di avvelenamento da pesticidi all’anno: 258.000 sono i decessi. 71.232 persone ogni giorno restano intossicate dai pesticidi: 706 persone muoiono (Prüss et al., 2011). A rischio sono anche quelle che consideriamo ‘eccellenze italiane’. Un esempio tra gli altri: la recente candidatura a Patrimonio mondiale dell’Umanità del paesaggio vinicolo del Prosecco di Conegliano e Valdobbiadene è messa a rischio dall’impiego intensivo di fitofarmaci nei vigneti delle province venete.

I dati più recenti forniti da ISPRA raccontano di risorse idriche inquinate da pesticidi per più di due terzi dei punti monitorati delle acque superficiali. In 370 di questi punti (quasi un quarto del totale), le concentrazioni sono superiori ai limiti di qualità ambientale. Stesso discorso per le acque sotterranee mentre per le falde acquifere si registra un aumento del cosiddetto multiresiduo. Un unico campione ha svelato 55 diverse sostanze: erano 48 nel rapporto precedente (ISPRA 2018).

Nonostante i dati ed i rapporti, su 41,5 miliardi di euro destinati all’Italia, all’agricoltura biologica vanno appena 963 milioni. Le coltivazioni bio ottengono solo il 2,3% delle risorse europee, nonostante siano estese per il 14,5% della superficie agricola utilizzabile. Sommando ai fondi europei il cofinanziamento nazionale per l’agricoltura, circa 21 miliardi, su un totale di circa 62,5 miliardi, la parte destinata al bio è pari a 1,8 miliardi.

Sacko Soumayla, Dewayne Johnson, Fabian Tomasi. Non erano nomi presi a caso. Chi scrive poteva sceglierne altri, le questioni su cui riflettere rimangono le stesse: quali sono le priorità dei governi e delle istituzioni sovranazionali? Quali quelle dei popoli e dei singoli? In un paese che fa i conti con il risentimento verso gli immigrati, gli omosessuali, i cosiddetti nomadi, le donne e le loro parziali conquiste, che relazione intercorre tra il populismo sovranista ed il glifosato? Anche in questo caso ai posteri, le future generazioni, tocca formulare l’aspra sentenza e subirne le conseguenze peggiori. 

 

Autore dell'articolo: Imma Tuccillo Castaldo