Venezia 75 – Deva: recensione del film ungherese di Petra Szöcs

Dopo un incidente domestico, un'orfana guarderà con occhi diversi tutto ciò che la circonda, a partire dal luogo in cui ha vissuto fino a quel momento

Nella cittadina rumena di Deva, Kató, un’adolescente che vive in un orfanotrofio, viene investita da una scossa elettrica mentre si sta asciugando i capelli con il phon. Questo incidente domestico cambia la vita che la circonda. L’orfanotrofio vede l’arrivo di una squadra di elettricisti e di una nuova educatrice volontaria, Bogi, a cui Kató si affeziona rapidamente.

Da Biennale College Cinema arriva ‘Deva di Petra Szöcs che, come lei stessa racconta, è stata ispirata da una bambina incontrata nel 2015. La piccola albina e orfana di tre anni affermava di essere nata in un cimitero. Questa storia l’aveva molto colpita al punto tale da voler realizzare un film nell’orfanotrofio di Deva. E’ così che nasce la storia della giovane Katò, una ragazza nella fase di passaggio dall’infanzia all’adolescenza, che vive il dramma interiore del cambiamento, dell’instabilità, della crescita che spesso non sa riconoscere e non sa gestire.

La folgorazione che subisce Katò sembra essere solo l’incipit per parlare dei cambiamenti che avvengono nella vita e nell’animo della ragazza. Le intenzioni sono più che apprezzabili ma l’esito non è pari alle aspettative, perché tutto resta troppo inconcluso e mai sviluppato sino in fondo. Un precario equilibrio tra la documentazione della vita in un istituto che si occupa all’assistenza di minori privi di genitori (i bambini che si vedono sono realmente degli orfani che vivono in quegli spazi) e una ricostruzione di finzione mirante ad analizzare un carattere complesso come quello della protagonista.
Anche il rapporto con la nuova educatrice, Bogi, non si esplica mai sino in fondo, così da restare sospeso come resta sospesa anche la fine del film. Sarà una scelta registica ma il rischio è quello di non riuscire a fonderne le potenzialità comunicative e le forti tematiche del film.
In compenso le scelte stilistiche della regia sono interessanti. Composizioni perfette, primi piani e dettagli (come gli occhi di Katò) scelti con cura e colori, grazie all’utilizzo impeccabile della fotografia, dal sapore vintage e armonicamente accostati.

 

Autore dell'articolo: Luana Martino