Venezia 75, intervista a Carlo Verdone

La nuova edizione del Premio Kineo ha visto premiati grandi nomi del cinema italiano ed internazionale, in particolare Carlo Verdone. Il regista e attore italiano ha concesso un'intervista a TheSpot.news

«Credo di aver raccontato con i miei film alcuni tic, fragilità, difetti e comportamenti degli italiani in maniera limpida e lucida». Parole di Carlo Verdone, classe 1950. L’attore e regista romano è sbarcato al Festival di Venezia per ricevere il Premio Kinéo Diamanti al Cinema. Un omaggio per i suoi 40 anni di carriera che arriva direttamente dal pubblico, da sempre suo grande estimatore. Con le sue commedie di successo ha strappato risate, lanciato battute cult diventate espressioni comuni come: «Mi imbarcai su un cargo battente bandiera liberiana», «Lo famo strano?», e fatto divertire intere generazioni. Sorriso sornione e sguardo malinconico, a TheSpot.news l’artista ha raccontato il suo cinema, una passione trasmessa dal papà Mario, grande storico e critico cinematografico che per primo lo portò alla Mostra. «La ricordo con tanta emozione e le bellissime atmosfere di quegli anni erano veramente magnifiche», confessa. E mentre sta già scrivendo la sceneggiatura del suo prossimo film dai tratti surreali, il noto ipocondriaco ammette cosa oggi lo terrorizza più di tutto: «Il tempo che passa».

E’ stato premiato dal pubblico, che emozione ha provato?
L’ho apprezzato molto. Sono stati coraggiosi. Dare il premio di regia ad un autore di commedie non succede spesso e sono veramente contento. Non contano solo quelli dati dall’accademia ma anche dal persone che pagano il biglietto per entrare in sala. E sono felice che sia stata premiata anche Elena Pastorelli che ha recitato con me in “Benedetta Follia”.
Doppio premio, quindi.
Spero che sia di incoraggiamento a fare sempre meglio, facendo uscire il talento femminile.
Dopo il diploma al Centro Sperimentale, alcuni documentari, un’esperienza da assistente alla regia in un film di Franco Rossetti, nell’ottobre 1977 è salito sul palco del Teatro Alberichino. E oggi festeggia 40 anni di carriera. Che rapporto ha con il tempo che passa?
Avendo il privilegio di fare questo splendido lavoro ho come la presunzione di fermare il tempo. Il regista e l’attore in qualche modo hanno l’illusione, ovviamente tra virgolette, di rimanere immortali se il film è buono e mortali se non lo è.
E, invece, come Carlo Verdone uomo?
Prima le giornate e gli anni erano lunghissimi. Mentre dai 50 anni in poi, mi sembra che ogni giorno sia rapidissimo e questo mi terrorizza. Vola tutto, arrivo alla sera magari dopo aver scritto per il film che neanche me ne sono reso conto perché mi ha assorbito tutto. Se avessi fatto più cose, probabilmente la mia giornata sarebbe stata lunga. Ma non posso farle. Non posso camminare normalmente, neanche nella mia città.
Subisce gli assalti dei fan?
Se giro per il mio quartiere no. Ma quando vado fuori, in un’altra città, faccio due passi e un selfie, altri due passi e un nuovo selfie che va benissimo, e ringrazio Dio che sia così, però questo mi impedisce di vedere le meraviglie dei posti in cui sto. Da nord a sud conosco tutte le camere d’albergo.
E allora cosa fa?
Devo uscire la notte.
Venezia la conosce però, cosa ricorda?
Certo. L’ho conosciuta quando mio padre lavorava alla Mostra. Io ero piccolo. Venivo al Lido negli anni ‘60 e per la prima volta ho iniziato a conoscere questo mondo. Per un bambino era come salire su una giostra, piena di balocchi. Era tutto così magico ed elegante. C’erano i flash dei fotografi sui protagonisti. Andavo a chiedere l’autografo a Sordi, alla Lollo, a De Sica e alla Loren. Facevo il mio bel mazzettino di firme anche se non sapevo chi fossero questi personaggi. L’ho scoperto solo dopo.
Ma già si insinuava il germe del regista?
No, assolutamente. Ero troppo piccolo. Avevo 8 anni. Allora giocavo con le macchinette.
Lei è stato giurato al Festival di Venezia nel 1984 con David Lynch, Uma Thurman, Mario Vargas Llosa, Olivier Assayas e Margherita Buy. All’epoca si parò di una litigata con l’irremovibile Lynch per il Leone d’argento a Oliver Stone. E’ vera?
Ma no, con David Lynch non ho mai litigato. Fra l’altro quando lo vedo è sempre molto affettuoso. Ogni giuria nei vari Festival ha i suoi protetti. Ci sono dei gruppi forti che cercano di indirizzare il premio su uno o su un altro. E’ un ordine di scuderia. E’ così dappertutto. Sul Oliver Stone come regista non posso dire nulla, ma solo che “Natural Born killers” era un pessimo esempio per l’America. E con le stragi che sono venute successivamente non è stata una grande idea dare un premio a quel film solo perché lo aveva scritto Tarantino.
Siamo cresciuti con le sue commedie che hanno fotografati vizi, le ossessioni e le manie degli italiani, i Millennials le hanno viste?
Sono 40 anni che lavoro ed è chiaro che le nuove generazioni si vanno a rivedere “Acqua e sapone”, “Borotalco”, “Bianco, rosso e Verdone” e “Un sacco bello”. Sono i film che loro amano in maniera particolare. E la cosa incredibile è che sono ancora molto attuali.
In cosa rispecchiano la realtà odierna?
Nel sentimento. Erano delle favole ben scritte, dove c’era l’energia positiva degli anni ‘80.
Le sembra che oggi quella magica energia sia sparita?
Un po’ manca. Ho la presunzione di pensare che possa essere ritrovata nelle storie che ho raccontato e che sono state accompagnate da una musica splendida. In quel momento nasceva Vasco Rossi, esplodeva Lucio Dalla e poi anche gli Stadio.
Infatti per “Borotalco” delegò proprio gli Stadio per le musiche, lanciando definitivamente la loro carriera.
Questo connubio tra le storie di quegli anni, all’epoca attuali ma anche ingenue e fragili, con quella musica, regalavano a quei film un’atmosfera molto particolare. Vasco Rossi era l’autore del testo di “Acqua e sapone” in “Borotalco” quando era ancora un perfetto sconosciuto.
Come la definirebbe l’atmosfera di quegli anni?
Molto gentile e candida, al contrario di quella attuale.

Autore dell'articolo: Monica Straniero