Schiavitù nel mondo: il costo umano dei prezzi bassi

Nonostante le tante promesse, ancora oggi nel mondo almeno 40,3 milioni di persone (per oltre il 70% donne, altro punto in forte contrasto con i SDGoals) vivono in condizioni di “moderna schiavitù

La Walk Free Foundation ha appena presentato il rapporto annuale sulla schiavitù nel mondo.  Corea del Nord, Eritrea, Repubblica Centro Africana, Burundi e Afghanistan si trovano tutti agli ultimi posti della classifica dei paesi per iniziative contro la moderna schiavitù. In particolare, in Corea del Nord, ai bambini viene imposto un lavoro quotidiano in agricoltura o un mese di lavoro nel momento della raccolta. Ma a ricevere il compenso per questi lavori sono le scuole, non i bambini. E se i bambini si rifiutano vengono puniti e criticati all’interno della scuola stessa.

L’elaborazioni dei dati si è basata sulle conseguenze delle politiche da parte dei paesi più sviluppati e industrializzati, ovvero quelli che fanno parte del G20. Secondo gli autori della ricerca la domanda pubblica di beni a basso costo permette alla schiavitù di prosperare in tutto il mondo. Noi consumatori dei “paesi sviluppati” che acquistiamo magliette a due euro orgogliosi di aver fatto un buon affare, ignoriamo, o peggio preferiamo non ricordare, che questi capi vengono realizzati in parte o in toto in paesi dove la manodopera è schiavizzata. In questi paesi la produzione non rispetta le norme di sicurezza e il rispetto dell’ambiente imposte invece nei paesi sviluppati.

Ci riferiamo a beni o prodotti come computer e smartphone (provenienti da Cina e Malesia), cotone (proveniente da Kazakhstan, Tajikistan, Turkmenistan, Uzbekistan) e abbigliamento e accessori (realizzati in Argentina, Brasile, Cina, India, Malesia, Tailandia e Vietnam), zucchero di canna (dal Brasile, Repubblica Dominicana), oro (dalla Repubblica Democratica del Congo, dalla Corea del Nord, dal Peru), tappeti (da India e Pakistan) pesce (da Ghana, Indonesia, Tailandia, Taiwan, Corea del Sud, Cina, Giappone e Russia), riso da (India e Myanmar) e moltissimi altri.

Gli Stati Uniti d’America sono di gran lunga il più grande importatore mondiale di prodotti potenzialmente fabbricati dagli schiavi, seguiti da Giappone e Germania. Parliamo di milioni di persone impiegate in lavori pesanti o pericolosi per la salute o sovrasfruttati. E questo anche nei paesi sviluppati. In Grecia ad esempio dove sono 89mila (su una popolazione di 11milioni 210mila persone). Pochi meno in Romania: 86mila su poco meno di venti milioni di abitanti. Polonia (128mila lavoratori/schiavi), Repubblica Ceca (28mila), Francia (129mila), Germania 167mila), Spagna (105mila). Non si salvano nemmeno i paesi nordici: Sono 9mila i “moderni schiavi” in Norvegia, altrettanti in Finlandia e in Danimarca, pochi di più in Svezia (15mila). Non si salva neanchel’Italia dove gli schiavi sarebbero ben 145mila.

Cosa si fa per cambiare questo stato di cose? Nulla o quasi. Nonostante le promesse del G20  e quelle contenute nei Sustainable Development Goals delle Nazioni Unite, solo alcuni paesi hanno approvato leggi riguardanti la schiavitù e lo sfruttamento di fatto o intrapreso azioni per impedire alle imprese di approvvigionarsi di merci fatte da schiavi.

Dal rapporto emerge infine che il numero di schiavi moderni coincide con quelli da cui partono larga parte dei flussi migratori nel Mediterraneo; Siria, Afghanistan, Myanmar, Cambogia, Pakistan, Papua Nuova Guinea per l’Asia; Venezuela, Cambogia, Ecuador e Messico per gli USA. Un dato che dovrebbero far riflettere coloro che si ostinano a perseguire con la politica dei porti chiusi.

Autore dell'articolo: Monica Straniero