L’isola del castigo dove le ragazze incinte venivano lasciate morire

Intervista a Laura Cini, regista del documentario che racconta la storia di giovane donne ugandesi che sono riuscite a scampare alla morte sull'Isola del Castigo per aver infranto il tabù del sesso prima del matrimonio
Il popolo Abakiga, noto anche come popolo delle montagne, vive tra il Ruanda settentrionale e il sud dell’Uganda. In questa area rurale nel cuore dell’Africa circa un secolo fa il valore di una giovane donna era determinato dalla sua verginità. Le ragazze che restavano incinte prima del matrimonio rappresentavano una vera e propria disgrazia per le loro famiglie. Secondo la tradizione, confinarle sull’isola di Akampene, che nella lingua locale significa Punizione, era l’unica via d’uscita per riguadagnare il rispetto della comunità. Su questo minuscolo fazzoletto di terra sul lago Bunyonyi, le cui rive oggi sono in gran parte già sommerse, le donne trovavano la morte per fame o annegamento. Un destino atroce a cui riuscivano a sottrarsi solo nei casi in cui un uomo che non aveva mucche per pagare la dote andava sull’isola a cercare moglie.
A raccontare la storia delle poche sopravvissute a questa barbara usanza, è il documentario diretto da Laura Cini, “Punishment Island”.  TheSpot.news ha intervistato la regista.
Perché hai voluto girare un documentario su questa storia?
Il tema mi ha attratto perché quella dell’isola mi sembravano una metafora calzante per tutte le donne che subiscono violenza. Inoltre perché c’era molto mistero intorno alla storia che veniva raccontata come una leggenda e ho pensato che qualcuno dovesse appurare i fatti perché se erano morte delle donne su quell’isola era giusto che ce ne fosse almeno traccia e memoria.
Cosa hanno raccontato le donne che sono riuscite a salvarsi?
Sono storie molto diverse. Una donna è stata 4 giorni da sola, un’altra è stata due mesi ed erano in diverse. Quest’ultima ci ha raccontato di averne viste due morire mentre era sull’isola, di aborto e di stenti. Si dividevano il poco cibo che trovavano o qualcuno gettava loro, e cantavano insieme la notte per farsi coraggio, ma quando si avvicinava un uomo in canoa, urlavano e si mettevano in mostra per essere scelte. Ci ha raccontato che due sono state salvate prima di lei che è stata la terza ad andarsene lasciandolo li altre ragazze che erano probabilmente alla fine dei loro giorni.
Sembra che oggi il terrore del passato sia stato sepolto e, per alcuni, dimenticato e l’isola si sia trasformata in un luogo tranquillo per i turisti
L’isola ha ancora oggi un aspetto molto sinistro, è quasi completamente invasa dall’acqua e secondo la gente del posto sprofonderà del tutto tra pochi anni. Sì, le guide locali ci portano i turisti, ma devo dire che da quando ho fatto le ricerche e il documentario, l’interesse della gente per la loro storia è cresciuta molto. Recentemente la gente ha lottato molto per liberare l’isola da un privato che l’aveva recintata come proprietà privata e aveva cominciato a costruirci un bar… Ma la gente l’ha rivendicata come un luogo di cultura e memoria e l’hanno liberata.
Quali difficoltà hai incontrato durante le riprese del film?
Non ho avuto grandi problemi a farmi raccontare le storie dalle donne, anzi sembrava fossero molto contente che qualcuno si fosse interessato a loro e alla loro vicenda. Tuttavia ci sono grandi problemi culturali, direi che c’è ancora una fortissima cultura post-coloniale di dipendenza dagli occidentali ed è difficile creare rapporti in cui il denaro non sia alla base. Io dovevo mantenere la mia etica da documentarista e ho dovuto lottare parecchio in questo senso. Nelle comunità dove non arrivano turisti, questo però non è stato un problema.
Come sono oggi le condizioni di vita delle donne in Uganda?
Le donne in Uganda hanno ancora enormi problemi riguardanti il matrimonio, la dote, le gravidanze. La piaga sociale più grave è quella relativa ai matrimoni precoci, tantissime ragazze ancora in età scolastica vengono unite in matrimonio ad uomini molto più anziani in cambio della dote. La dote continua ad essere il più grande valore di una donna.
L’Italia non ha ancora superato culturalmente il patriarcato. Il sistema culturale maschilista con cui siamo cresciuti si è solo modificato. Cosa si può fare per un reale cambiamento culturale, di atteggiamenti e di comportamenti per contrastare la violenza sulle donne?
Sì. Sono solo una regista che fa documentari su temi sociali, non sono un’esperta di temi di genere. Ma direi che si dovrebbe partire dall’educazione dei figli maschi, in famiglia e a scuola. E si dovrebbe investire di più sui centri di accoglienza per le donne che subiscono violenze; luoghi sicuri e protetti dove poter rifugiarsi nell’emergenza e avere un supporto psicologico che le faccia tornare a essere protagoniste della propria esistenza. Insomma una rete sociale che le faccia sentire forti e non sole.

Autore dell'articolo: Monica Straniero