L’Africa (è) nostra

Il rapporto con l’Africa è ancora l’indicatore del nostro peccato originale: l’ignorare a tutti i costi

Chi era bambino all’inizio degli anni ’80 se li ricorda, forse, i telegiornali che si guardavano stando tutti a tavola, in silenzio. Il padre sedeva a capotavola, la madre sul lato libero del tavolo per alzarsi, sparecchiare, impiattare senza i consigli del mestolame stellato, rimettere a tavola.  Un primo ed un secondo da mangiare senza fare troppe storie perché ‘zitto e guarda là’ . C’era sempre almeno un servizio su un nugolo di bambini con i pancioni gonfi, ricoperti di mosche, il faccino inondato di lacrime e muchi, gli occhioni grandi supportati da uno scheletro ricoperto di pelle scura, la loro mamma. Forse a qualche bambino degli anni ’80, la voglia di non mangiare veniva perché nella sua ignorante, ingenua, egoistica logica pensava che ‘se 5 mangiamo due cose a testa, basta mangiarne una sola di cosa, a loro gli diamo il secondo’. A quei bambini, degli anni ’80, presto adolescenti, dopo pochi anni, nove, fu poi spiegato che la redistribuzione delle ricchezze era un male assoluto, una cosa pericolosa e anti-moderna e che Michael Jackson era un pedofilo per cui we are the world, we are the children suonava sospetto. Ogni tanto ne vediamo ancora: a faccia in giù nella sabbia o a pezzi portati a braccia o cadaveri sottratti al mare o imbavagliati o chinati nella mortificazione. Qualcuno di noi ha imparato ‘due parole due’ in Inglese e scrive pure fake news per commentare il silenzio della propria anima. Il nostro rapporto con l’Africa è ancora l’indicatore della nostra bestialità e di quell’ignoranza che dalla sostenibile leggerezza dell’ingenuità ci ha portati all’insostenibile incontinenza della volgarità.

Circa un anno fa, proprio all’inizio di luglio i responsabili della comunicazione del PD lanciarono un sassolino social,  tentando vanamente, subito dopo, di nascondere il peccatuccio mediatico. Avevano estrapolato alcune dichiarazioni di Matteo Renzi e queste sembravano consigliare di ‘aiutare gli africani a casa loro’: “Ma vanno aiutati a casa loro. Perché l’immigrazione indiscriminata è un rischio che non possiamo correre“. In realtà dopo aver inghiottito digitalmente il post che scorticava le carni di quattro anti-renziani, il perdono pubblico fu richiesto sostenendo che il contesto concettuale in cui quell’affermazione si collocava fosse di tutt’altro tono: “Sono così fiero dell’aumento dei fondi per la cooperazione voluto dal nostro governo. Del piano Africa presentato per primo da noi come Migration compact nel 2016 e poi in larga parte confluito nell’iniziativa di Angela Merkel per il G20 del 2017. Delle iniziative sull’energia di Eni ed Enel, della straordinaria forza del volontariato e del terzo settore italiano, del grande cuore del nostro paese, ma anche delle iniziative economiche“. Dopo qualche altro giorno di caos digitalizzato, lo struzzo (il centro-sinistra) continuò senza sussulti la sua cavalcata trionfale verso nuove e più importanti sconfitte.

Ma torniamo al ‘contesto concettuale’ che teoricamente giustificherebbe una bestialità. A chi scrive sembra piuttosto confermi quanto all’Italia e agli italiani, Salvini e sodali compresi, l’Africa interessasse ed interessi molto. Il razzismo-fascismo salviniano, così come l’ipocrisia renziana (solo per citare i Matteo) sono l’uno conseguenza dell’altro e sono intercambiabili sull’altra faccia di una moneta chiamata sfruttamento delle risorse. La questione dei migranti è un ‘dettaglio’ che l’Europa tutta deve sbrigarsi ad affrontare perché la posta in gioco non è la sopravvivenza delle popolazioni ‘autoctone’ europee, sebbene questo sia il messaggio più facile da gestire per forze di potere reazionarie, sovraniste, nazionaliste (e chi ne ha più ne metta); bensì il modo in cui ciascun attore dell’universo europeo e mondiale sia in grado si disporsi sul campo di battaglia africano per gestirne e sfruttarne ricchezze e risorse per i prossimi decenni.

Mentre si scatenava sul web il far west da resa dei conti post elezioni politiche, a Milano si teneva il primo forum intitolato Bocconi & Africa 2018. Forum on Entrepreneurship, tra le organizzazioni presenti: ACRA Foundation; Akbaraly Foundation; Africa-EU Energy Partnership; African Union; COOPI; Dpixel; Enel Green Power; Energy Generation; Givewatts; HYBR-Venture Capital for Africa; Impact Investment Scandinavia; Ingressive; LafargeHolcim; Microcred; Moneta Bank; RES4Africa; Quantum Global Group; Turtle Management; UNHCR. Una tre giorni di incontri, dal 6 all’8 marzo, sui trend e le immense opportunità di business che offre il continente africano, con un focus sull’energia, il cambiamento climatico, lo sviluppo e la crescita demografica della popolazione africana. Le aziende hanno bisogno di mercati, di domanda e di mano d’opera a basso costo e l’Africa è ancora lì che ‘aspetta’. La popolazione africana è il 15 % circa di quella mondiale con un consumo di energia e risorse di appena il 3 %, circa 80 africani su 100 non hanno accesso a fonti di energia. Si stima che la popolazione africana, attualmente 1.276 milioni di individui, sia destinata a raddoppiare nei prossimi 35 anni e che a partire dal 2030, una persona su cinque nel mondo sarà africana, con buona pace dei pontidiani dell’ultima ora. Un altro fenomeno che interessa è il forzato processo di urbanizzazione del continente. Le stime sostengono che dal 2050, il 60% degli africani vivrà in città. Questi due fenomeni combinati fanno insorgere il problema dell’accesso all’energia e la necessità di costruire infrastrutture con progetti che sostengano questi mutamenti. La battaglia geopolitica è cominciata da tempo, ma ora è tempo di serrare i ranghi.

Già nel 2016 l’Italia figurava, dopo Cina ed Emirati Arabi, come terzo maggiore investitore straniero nel continente nero (fonte studio Ocse, African Development Bank-Adb, Onu). La Cina, nel biennio 2015-16, con 64 progetti ed investimenti pari a circa 38,4 miliardi di dollari, sembra abbia prodotto circa 38 000 posti di lavoro in loco; gli Emirati Arabi hanno invece investito circa 14, 9 miliardi, mentre l’Italia ne ha investiti 11,6. Gli investimenti europei diretti in Africa sono pari al 27% del totale con una ricaduta in termini occupazionali in loco di circa 92.800 posti di lavoro (in un continente che ha una media di PIL procapite di circa  2000 dollari all’anno ed un reddito lordo pro-capite che va dai 280 dollari del Burundi ai 15.500 delle Saychelles).

Tra le aziende che la fanno da padrone per volume d’investimenti figura l’Eni, al terzo posto con circa 8,1 miliardi di dollari ed una ricaduta di 3000 posti di lavoro (altri dati li portano a 11500), mentre Enel Green Power figura al 13esimo posto con un volume di investimenti pari a 2,2 miliardi. L’Eni è il primo produttore internazionale di gas naturale del continente nero, mentre Enel Green Power è il più grande operatore privato nel settore delle rinnovabili in termini di MW ed è presente in South Africa, Zambia, Marocco, Kenya e Etiopia.

Il volume di scambi commerciali con L’Africa invece vale per l’Italia circa 31,5 miliardi di dollari. Il programma geopolitico di consolidamento della presenza italiana in Africa è solo all’inizio. Stabilizzare paesi come Libia, Algeria ed Egitto è per l’Italia una priorità strategica, prima di tutto perché questi paesi con Tunisia e Marocco sono il blocco rivierasco di primo accesso all’Africa; secondo perché rafforzare i legami economici con questi garantisce lo sfruttamento di preziose risorse energetiche con buona pace dei diritti umani dei migranti e di chi cerchi giustizia per la morte di Giulio Regeni (Salvini docet).

L’Europa per bocca dell’Alto Rappresentante dell’UE per gli Affari Esteri, Federica Mogherini, ha chiesto di recente ai paesi membri dell’Unione di mettere mano al portafogli per rimpinguare il fondo EU-Africa, soldi da destinare allo screening dei migranti che fanno richiesta di asilo nei centri di ‘detenzione’ presenti in paesi quali Algeria, Egitto, Libia, Marocco, Niger, Tunisia. I soldi stanno finendo e l’intenzione è quella di ripetere l’esperimento che nel 2015 convinse Ankara a bloccare il flusso di rifugiati verso la Grecia. L’onere di bloccare l’immigrazione pesa sulle casse pubbliche degli incarogniti europei, mentre l’affare Africa resterà appannaggio di strutture, enti ed imprese il cui concetto di solidarietà di impresa si esaurisce in progetti di ricaduta occupazionale per poche centinaia di migliaia di individui in Africa, peraltro ‘educati’ per mantenere i propri interessi in loco. La colonizzazione liberista è già in atto, chissà se ai pontidiani e al capo popolo di turno verrà mai in mente di essere più populisti dei populisti e di chiedere alle aziende italiane di cedere quote proporzionali al volume dei profitti derivati dalle attività lì condotte per finanziare sia campi di detenzione che di accoglienza; visto che di diritti umani, di solidarietà tra le genti e di lotta di classe non se ne può più parlare. Michael Jackson è morto da tempo e no, noi non siamo più il mondo, non siamo più i bambini.

 

Autore dell'articolo: Imma Tuccillo Castaldo