Cos’è la guerra se non una disputa fra vicini, ma su scala molto più grande?

Il regista Sigurösson parte da una banale disputa su un albero, che fa ombra al giardino dei vicini, per girare una dark comedy su come le tensioni tra vicini possa sfociare in una spirale di violenza sempre più dissacrante ed estrema

Le relazioni disfunzionali e i conflitti di coppia sono il tema ricorrente nella cinematografia di Hafsteinn Gunnar Sigurösson, (regista di Either Way, suo film d’esordio e vincitore del Torino Film Festival nel 2011), anche se questa volta si è spostato su un ensemble più grande. Ci troviamo nella periferia residenziale di Reykjavík, Atli, in rotta con la moglie, si trasferisce nella tranquilla casetta dei genitori pensionati. Quello che avrebbe dovuto essere una festa del ritorno si trasforma in una guerra dalle conseguenze estreme. Un banale battibecco tra vicini di casa, un albero torreggiante, che si trova nel giardino di Inga e Baldvin, proietta la sua ombra nel giardino di Konrad e Eybjorg, e finisce per innescare una spirale di tensione e violenza fuori controllo.

Con L’albero del vicino, presentato in anteprima alla sezione Orizzonti del Festival del cinema di Venezia 2017, nelle sale dal 28 giugno da SatineFilmDistribuzione, Sigurdsson ha sfruttato nel migliore dei modi gli strumenti della satira sociale per dipingere un ritratto di nevrosi collettiva.  Un film di guerra dove il campo di battaglia è la propria casa. L’albero diventa infatti il pretesto per sfogare frustrazioni represse di un gruppo di persone a cui è capitato semplicemente di vivere l’uno accanto all’altro.“Accade che persone normali, rispettabili, perdono completamente sia la dignità, sia l’autocontrollo”, racconta il regista islandese. “In Islanda, in modo particolare, dispute tra vicini per questioni che hanno a che fare con gli alberi sono molto popolari”.

Sotto l’albero si incarna il tempo presente, quando la coesistenza e il compromesso iniziano a fallire. “Di questi tempi ci sono cose terribili nell’aria e credo che abbiamo raggiunto il punto in cui è veramente minacciata la nostra stessa esistenza sul pianeta”, spiega ancora Sigurösson. “Basta guardare all’argomento più importante che ci coinvolge tutti: il cambiamento climatico. E proprio su questo, l’intero mondo dovrebbe unirsi e cercare di modificare le proprie abitudini di vita ma sembra che non ci riesca proprio. Abbiamo tutti gli stessi obiettivi e davvero dovremmo raggiungere dei compromessi in un modo o in un altro ed essere altruisti l’uno verso l’altro. Se non lo facciamo mettiamo a rischio seriamente il futuro dei nostri figli. E tuttavia continuiamo a non farlo. È una brutta situazione, questo terribile e individualistico modo di pensare e vivere, incoraggiato dalla nostra società capitalistica. Quello che ho cercato di fare durante lo sviluppo di questa sceneggiatura è stato “aprire” la linea narrativa in modo da esporla a diverse interpretazioni. Alla fine si trasforma in una sorta di favola dove si esprime la metafora più grande, quella della convivenza tra esseri umani. In tal senso questa storia può anche essere letta come una lotta fra due nazioni in conflitto, oppure tra gruppi etnici o religiosi – queste questioni credo possano avere molti punti in comune con quelle che scaturiscono tra vicini di casa”.

Autore dell'articolo: Monica Straniero