Le otto Montagne, un inno all’amicizia tra le Alpi italiane

Una storia di amicizia tra due ragazzi – e poi due uomini – così diversi da assomigliarsi, un viaggio avventuroso e spirituale fatto di fughe e tentativi di ritorno, alla continua ricerca di una strada per riconoscersi.
Le otto montagne dei registi belgi Felix van Groeningen, regista di The Broken Circle Breakdowne, e  Charlotte Vandermeersch è l’adattamento cinematografico del romanzo omonimo di Paolo Cognetti, Premio Strega 2017. L’amicizia è fondamentale in questa coproduzione italo-belga, premio della giuria al 75º Festival di Cannes. Siamo nell’estate del 1984. E’ questo il  periodo in cui i genitori borghesi del piccolo Pietro trascorrono le vacanze in un minuscolo villaggio sulle montagne della Val d’Aosta, dove vive anche Bruno che ha la sua stessa età ma invece di essere in vacanza si occupa del pascolo delle vacche.
Sebbene il ragazzo della grande città e il ragazzo di campagna siano agli antipodi, stringono un’amicizia, che si rinnova anche l’estate successiva. Tutto fila liscio, fino a quando il padre di Pietro – un chimico – si offre di mandare Bruno – figlio di un muratore – a studiare a Torino. Il padre di Bruno, però, pretende che anche suo figlio lavori nell’edilizia e e lo trascina a lavorare nei cantieri. Si interrompe ogni contatto tra i due amici.
Mentre inizialmente assistiamo a un racconto nostalgico e intimo della giovinezza, l’ambito si amplia in modo esponenziale nella parte centrale del film per tracciare le vite di Pietro (interpretato da Luca Marinelli da adulto) e Bruno ( Alessandro Borghi ) nei decenni successivi. Separati per molti anni, durante i quali ognuno ha preso la propria strada, da adulti, si riavvicinano. Pietro nel frattempo si è allontanato dal padre ( Filippo Timi ). Quando l’uomo muore, lascia a Pietro un mucchio di pietre sulle Alpi, che lui e Bruno decidono di trasformare in una nuova casa.
Durante le sue escursioni solitarie in montagna, Pietro scopre che nel corso degli anni, Bruno e suo padre sono rimasti in contatto ed insieme hanno esplorato le vette, imprese che il padre di Pietro non poteva più fare con il proprio figlio. La rivelazione di questo rapporto alternativo padre-figlio non porta a un conflitto tra i due giovani adulti. Il che dimostra la forza della loro amicizia. Scopriamo anche l’origine del titolo: nel mondo ci sono otto vette  e tutte conducono ad un’unica vetta che si trova al centro della Terra. Questa  rappresenta l’ equilibrio interiore, cosi mentre alcuni di noi cercano di scalare le vette esterne per tutta la vita, altri cercano di dominare quella interna. I viaggi sono paralleli.
Bellissime immagini paesaggistiche si alternano a momenti in cui i due amici si aprono sui rispettivi sentimenti. Non c’è una ricerca o una vera spinta narrativa. Senza dubbio una decisione consapevole da parte dei registi, ovvero lasciare che la storia parli più o meno da sola.
La splendida cinematografia 4:3 di Ruben Impens (che ha anche girato Titane , vincitore di Cannes lo scorso anno ) crea una visione evocativa tra le montagne italiane e quelle sparse in altre parti del mondo.
È il racconto di un padre amato e odiato, a lungo perso e infine ritrovato sulle cime delle Alpi. Un film poetico, destinato a rimanere un pezzo di cinema indimenticabile.
Foto di copertina: Eliana Rubeca

Autore dell'articolo: Monica Straniero