Litfiba, un “Ultimo Girone” dopo 42 anni di rock

Il duo fiorentino sold out a Rock in Roma, con Piero Pelù ancora una volta mattatore

Nuntio vobis gaudium magnum: all’Ippodromo delle Capannelle, nell’ambito dell’estiva e afosa kermesse del Rock in Roma, è andata in scena la ‘liturgia’ di Piero Pelù e dei “suoi” Litfiba.

Non potevo mancare a questo concerto sold out dal momento che con i Litfiba ci sono cresciuto negli anni 80 e questo si preannuncia sin dal titolo (“Ultimo Girone”) come l’ultimo tour di quello che ormai è solo un brandello stropicciato dei “miei” Litfiba. E proprio questo, se non mi spaventa, quanto meno mi preoccupa. Che effetto faranno su di me oggi le canzoni “ribelli” della mia adolescenza? E riuscirò ancora a (fingere di) credere ai testi parac**i di Piero Pelù?

La nostalgia è una brutta bestia perché in fin dei conti “L’anello no, no, non te lo do” lo cantavamo tutti 30 anni fa, ma poi siamo finiti lo stesso a sposarci in chiesa e a fare su e già per il corridoio degli ospedali ad aspettare di sapere se fosse maschio o femmina, no? E quanto potrà essere ridicolo trovarsi a urlare Pro Pro Proibito quando ormai il nostro vertice del proibito sta nel parcheggiare in doppia fila? Il mondo in fin dei conti non l’ho cambiato così tanto (anzi forse per niente) e come non l’ho cambiato io, non l’hanno cambiato i Litfiba, né l’ha cambiato tutta questa gente qui attorno a me. E forse siamo qui proprio per questo: un rito di auto assoluzione collettiva.

Ci provo ad immergermi in questa comfort zone, ma non riesco a scrollarmi di dosso il disagio che mi provocano le Regine di cuori convinte di potersi trasformare per due ore in intriganti Fate Morgane grazie a sinuose e un pò ridicole movenze danzate all’unisono con il ‘parroco Pelù’. Accompagnate, tanto per citare uno che di conformismo e anticonformismo ne sapeva molto, da bolsi “funzionari statali, parastatali e affini” (cit. Gaber), convinti per una notte, ma proprio convinti, di essere cangaceiros (senza sapere davvero di cosa si tratti, ma forse l’importante è solo gridare ‘bandido, bandido’) e diavoli (el diablo) fuori tempo massimo, che sembrano crederci davvero che della “famiglia loro sono i ribelli”.

Consapevole di non essere (e di non essere stato) dopotutto diverso da tutti loro, mi lascio andare a quella che mi convinco sempre più essere una vera e propria “messa cantata”, con il parroco Pelù a recitare la parte del Maudit. Il carrozzone dei Litfiba (con la sua corte di nani, ballerine e fenomeni d’arte varia) è un amarcord che dovrebbe auspicabilmente porre fine alla storia – trascinatasi tra liti, dolorose rotture, trasformazioni e immancabili reunion – della band fiorentina che partì 42 anni fa dalla Rokkoteca Brighton e fornì agli adolescenti dell’epoca una musica “altra” rispetto a quella di Sanremo e delle major americane.

Ecco, forse il punto dolente è proprio questo: è passata un’epoca, anzi, più epoche – come evidenzia la scenografia del palco formata da un telo nero con quattro X, una per ogni decennio di carriera della band – ma per una sera tutti fingiamo che non sia vero ai piedi dello sciamano Pelù che è pienamente nella parte di capo popolo di una generazione di finti alternativi.

Si comincia: dopo Ritmo 2# suonano Tex, La Preda (da uno dei primi Ep datato 1983) ed Eroi nel vento che servono a ricordarci che c’è stato un tempo in cui non avevamo molto ma tutto sembrava possibile; stesso “effetto nostalgia” con lo scioglilingua di Apapaia, non fosse per l’introduzione del parroco Pelù che nemmeno il libro Cuore di Edmondo De Amicis (“Quando ho detto che volevo fare il musicista, mio padre voleva convincermi a rinunciare… Ca**o, rispetta le mie idee!”). Resta per me incomprensibile l’idea di ribellione che aleggia; anzi, invidio proprio  questo sapersi calare nella parte di quelli intorno a me …

Dopo una Woda woda buona giusto per andarsi a prendere l’immancabile birra (che fa molto trasgressione) e una Istanbul che viene dedicata al martirio del popolo curdo, il juke-box dei Litfiba passa poi a snocciolare le canzoni più conosciute della fase rock tamarro (senza offesa, ma bisogna pur dirlo) del duo Pelù-Renzulli – che, con l’abbandono di Maroccolo e Aiazzi, poterono sfogare la loro vena coatta con riff di chitarra – ecco una dopo l’altra le hit più conosciute, Vivere il mio tempo, Fata Morgana, Spirito, Regina di cuori e Lacio Drom: la cesura con i “miei” Litfiba dark wave è netta e non riesco proprio a digerirla, ma questa fase è inevitabilmente la preferita, del pubblico.

A seguire Il Volo consente a Pelù di ricordare l’ex-batterista Ringo De Palma (stroncato da un’overdose di eroina nel 1990), Candelo Cabezas (il percussionista scomparso nel 1997) e l’amico Enrico “Erriquez” Greppi della Bandabardò (morto nel 2021). Bambino e Paname (forse il momento migliore del concerto) alzano il livello musicale del live nonostante i monologhi introduttivi (troppi?) di quello che fu un grande front-man a cui però (non me ne vogliate) nessuno deve aver mai detto al che tra lui e Iggy Pop ci passa una vita di genuini eccessi…

Siamo all’epilogo. A torso nudo, il buon Piero fomenta i suoi accoliti con il grido “Ne manca ancora una…” e Renzulli attacca il riff della finta-mefistofelica El diablo ed è il trionfo finale di questo amarcord, con il pubblico a cantare in coro “giro di notte con le anime perse” sembrando di crederci davvero. Immancabile la dedica del “ribelle” Pelù a “Sua Santità El Diablo Ratzinger” (nonostante i tempi siano cambiati, come cantava il vecchio zio Bob Dylan).

Consapevoli del fatto che alla nostra età di concerti ne abbiamo visti un bel pò e tutti sappiamo che deve esserci il bis, i Litfiba ci risparmiano la messa in scena dell’uscita dal palco e l’acclamato rientro. L’encore inizia senza soluzione di continuità con una seducente e pacifista Lulù e Marlene, a cui segue il trittico finale di Dimmi il nome, Lo spettacolo e Cangaceiro.

La messa è finita. Ce ne andiamo in pace.

Nonostante tutto, grazie Litfiba.

Autore dell'articolo: Carlo De Gennaro