La normalità rovesciata di Giulia

Venezia78 - Un efficace racconto di Ciro De Caro e Rosa Palasciano su una giovane donna alla ricerca di tenerezza e libertà aprendo la domanda sul diritto di essere felici vivendo al di fuori dai canoni della società

Presentato alle Notti Veneziane nelle Giornate degli Autori, “Giulia” terzo film di Ciro De Caro, scritto con la protagonista, Rosa Palasciano, racconta della normalità rovesciata di una giovane donna che cerca, ai margini di una Roma estiva e lenta, un proprio posto nel mondo.

La diversa normalità di Giulia, e quella dei personaggi ai quali si sente più affine, risulta nel film molto più interessante rispetto a quella normalità che caratterizza, invece, la vita della maggior parte dei comuni mortali: i familiari dell’ex compagno che parlano di vacanze e aragoste a buon prezzo, i valutatori al colloquio di lavoro che si lamentano dicendo “siete tutti depressi”.

Creatura che si muove tra l’istintivo, l’onirico, l’infantile e il geniale, Giulia – chioma voluminosa, pelle di cera, purezza di spirito – riesce a tenere il passo con la vita degli altri, finché resta legata a qualche figura di frontiera. Primi tra tutti gli anziani a cui si dedica come animatrice, cantando, nelle danze di gruppo, alla tombola o con piccole commissioni settimanali.

La pandemìa ha un suo posto sottotraccia, tra mascherine dimenticate e gel, ma poi non tanto visto che è la causa della perdita del posto di lavoro di Giulia. Gli anziani non possono più frequentare il Centro, i cancelli sono chiusi.  Da questa seconda perdita, dopo l’abbandono del fidanzato, Giulia inizia il suo vagare, cercando di ritrovarsi, persino accumulando pupazzetti recuperati dalla spazzatura della città. C’è in lei un grande anelito alla libertà e alla tenerezza e alla solidarietà, più che alla stabilità di relazioni, anzi respingendo interessi troppo diretti nei suoi confronti.

Il regista Ciro De Caro afferma di aver voluto raccontare “qualcosa di sottile e di impalpabile, raccontando dei personaggi inafferrabili oramai assuefatti ad una condizione che manderebbe in crisi chiunque sia abituato a condurre una vita fatta di certezze e scandita da tappe prestabilite e che invece loro vivono con una certa leggerezza”.

Il racconto di questa personalità di donna e del mondo che la circonda, è efficace e va oltre la commedia drammatica che il film intende essere, interrogando sulla possibilità o impossibilità di essere felice all’interno della nostra società per chi non è “inquadrabile”, oggi definito “borderline”, in pratica sul diritto alla felicità.

Contribuisce alla valorizzazione di questi personaggi il registro molto accurato nella descrizione attraverso la fotografia, il montaggio, la scelta di non ricorrere ad una colonna sonora. “Volendo estremizzare la mia idea di cinema – dice Ciro De Caro –  e quindi quella che c’è in “GiULiA” (maiuscole e minuscole dell’autore, ndr) penso di poter utilizzare tre parole: Verità, rigore e leggerezza”.

“Sospensione” e “purezza”, “si piange e si ride in un dramma che viaggia a fari spenti”, dice ancora il regista, per un film che, più che sul plot, segue il mutare degli stati d’animo di Giulia, fino ad affacciarsi sul baratro. Noi spettatori, “della razza di chi sta a terra”, seguiamo con empatìa e preoccupazione: “Cade, non cade…”

Giulia non è Mabel in “Una moglie” di Cassavetes, non è Beatrice di “La pazza gioia”. Qui non c’è nulla di conclamato, c’è qualcosa di più delicato e comune, perché i confini davvero sono labili e non sempre esistono. Non è difficile riconoscere, in quella camminata stramba o in quello scatto di nervi, in quel canto “Funiculì, Funiculà” sul bordo di una strada, qualcuno che ci è stato caro o che conosciamo da lontano, perché quel modo di essere è nel profondo dell’essere umano. Ha ragione De Caro: “Un film che si insinua nello spettatore che se ne rende conto quando è troppo tardi e gli resta appiccicato addosso per un po’”.

Al terzo film, dopo “Spaghetti Story” del 2013 e “Acqua di Marzo” del 2016, Ciro De Caro ha lavorato con Manuele Mandolesi, alla fotografia Jacopo Reale al montaggio, al suono Roberto Colella e Michele Boreggi, alla scenografia Valentina Di Geronimo, costumi di Chiara Landi. Oltre alla protagonista  e co-sceneggiatrice Rosa Palasciano, tra gli interpreti Valerio Di Benedetto, Fabrizio Ciavoni, Cristian Di Sante. Produttori Ugo Baistrocchi, Maurizio De Arcangelis, Michael Fantauzzi, Fare Cinema.

 

 

Autore dell'articolo: Luisa Gabbi