TFF38, My America, il doc di Barbara Cupisti sul paese più diseguale del mondo

Con sguardo lucido si raccontano tre eventi drammatici che hanno rivelato le fragilità di una potenza economica dai piedi d'argilla

Gli Stati Uniti sono un simbolo di libertà, il grande esperimento sociale formato da principi di democrazia, uguaglianza e ricerca della felicità, ma questo ideale di prosperità e libertà individuale riflette la vita di tutti i cittadini americani? Il documentario ‘My America racconta, con la viva voce della regista Barbara Cupisti, il malessere sociale crescente, diventato insopportabile, di una parte della popolaizone degli Stati Uniti d’America.

Prodotto da Sandro Bartolozzi, una produzione Clipper Media con Rai Cinema, con il patrocinio del Robert F. Kennedy Human Rights, il film è stato presentato nella sezione Fuori Concorso / Doc, nell’ambito della trentottesima edizione del Torino Film Festival, che si tiene online fino al 28 novembre 2020.

La domanda che ha guidato Barbara Cupisti, è se il sogno americano esista ancora. Soprattutto dopo che, dal 2014, da quando cioè la regista vive negli Stati Uniti, ha constatato come quella che viene considerata la più grande democrazia del mondo abbia conflitti interni che producono un numero enorme di vittime, veri e propri numeri da guerra. La Cupisti con questo suo lavoro ha voluto contribuire a un’informazione più esaustiva e reale sull’America dimenticata di oggi, poiché le notizie che arrivano in Europa, e nell’America stessa, tramite i media ufficiali sono parziali e non danno un’idea reale del livello di violenza e povertà che esiste nel paese.

La Cupisti ha sempre dimostrato interesse nel raccontare storie di uomini e donne, trovando nel documentario il modo ideale di scrivere per immagini. Nel 2017 con Womanity, documentario lungometraggio ambientato tra India, Egitto e USA, narra la “resilienza” delle donne. Con ‘My America’ dà voce soprattutto a coloro che ogni giorno si battono per la giustizia sociale e per porre fine a violenze e morti che possono essere prevenute.

Il film in punta di piedi evita accuratamente ogni svolta sensazionalistica e affronta i mali oscuri di un grande paese. Ci porta sul luogo della strage di San Valentino nel liceo di Parkland, dove un ragazzo di diciannove anni nel 2018 uccise 17 persone. Un evento tragico che ha spinto un fiume di giovani a lottare contro la lobby americana delle armi, la National Rifle Association.  Scopriamo la tragedia dei senzatetto in un America che è certamente un grande Paese. Basta non stare in fondo alla scala sociale. E’ il paese delle opportunità, ma non si dà troppo affanno per i cittadini che restano indietro.

La regista ci mostra senza filtri il ritrovamento dei resti dei migranti morti nel deserto inseguendo il sogno di una vita migliore negli Stati Uniti. Chi arriva dall’altra parte racconta, alle organizzazioni di volontari che assistono i migranti, storie di orrore. Giornate di cammino sotto il sole senza cibo né acqua e di nottate al gelo. Di donne, anziani e bambini abbandonati dagli sciacalli perché troppo deboli per fare un passo in più.

My America parla anche di eroismo, rivelando il lato positivo dell’umanità ancora capace di aiutare i propri simili. Cittadini comuni, attivisti di base che non rinunciano ai principi di democrazia e uguaglianza  sui quali ha posto le basi un paese che è ancora alla ricerca di una identità di giustizia sociale.

 

 

Autore dell'articolo: Monica Straniero