Stateless, la serie di Cate Blanchett sui migranti

La critica dell'attrice ad un sistema vergognoso che nega i più elementari diritti umani

Stateless è una serie attuale che parla di  un centro di detenzione per immigrati non lontano da Ayres Rock, nel centro dell’Australia. Qui si intrecciano le vite di quattro estranei: il rifugiato afgano Ameer (Fayssal Bazzi), un padre single che trova lavoro come nuovo guardiano della prigione Cam Standford (Jai Courtney), una funzionaria del centro Claire Kowitz (Asher Keddie) e Sofie Werner, un’assistente di voli nata in Germania, cresciuta in Australia e con problemi di salute mentale. Trova rifugio in una setta e finirà tra le grinfie dei due leader, Gordon Masters (Dominic West) e della moglie Pat, interpretata dalla stessa Blanchett.

La miniserie, disponibile su Netflix dall’8 luglio, è stata prodotta da Cate Blanchett, attrice premio Oscar ( per The Aviator di Scorsese, 2005, e per Blue Jasmine di Allen, 2014) che l’ha ideata e co-scritta con Tony Aires e Elise McCredie.

Dal 2012, le barche con a bordo migranti — in arrivo prevalentemente da Iran, Afghanistan, Siria, Iraq e Pakistan — sono intercettate dalla marina e i loro occupanti mandati in due piccole isole dell’oceano Pacifico, la repubblica di Nauru e l’isola di Manus (territorio della Papua Nuova Guinea), ufficialmente fino a quando lo status di rifugiati sia accertato. Una procedura che va contro la Convenzione del 1951 sui Rifugiati, che l’Australia ha ratificato.

L’attrice ha dichiarato che la serie è ispirata alla storia vera di Cornelia Rau, interpretata da Yvonne Strahovski, cittadina tedesca che viveva in australia e che per dieci mesi venne trattenuta illegalmente in un centro di detenzione obbligatoria.

La caratterizzazione introspettiva di ogni personaggio è tra i punti di forza della serie che si lascia comunque guardare scorrendo in modo a tratti prevedibile ma fluido. Non ci sono eroi o cattivi. L’unico “cattivo” è il sistema di immigrazione australiano, vecchio e vergognoso, un modello scioccante per gli abusi dei diritti umani.

Una denuncia non urlata delle terribili condizioni dei migranti su un isola dove anche per gli abitanti le prospettive di vita non offrono niente di meglio che accettare un atroce lavoro come quello della guardia del campo. Tra questi c’è Cam combattuto fra la necessità di garantire un futuro migliore alla sua famiglia e il senso di colpa per il trattamento riservato agli immigrati. 

Una miniserie che ci pone soprattutto davanti ad una domanda cruciale: come possiamo trascurare la difficile situazione degli esseri umani disposti a sacrificare tutto per sfuggire alle persecuzioni alla ricerca di un futuro migliore?

 

Autore dell'articolo: Paola Medori