Deux, ovvero quando l’amore non ha nè sesso nè età

L'opera prima del regista italiano ma di stanza in Francia Filippo Meneghetti è un film delicato e romantico di come l'amore possa superare ogni ostacolo. Sarà distribuito in Italia a partire dal 2020 con Teodora.
Presentato alla 14. edizione della Festa del Cinema di Roma “il film racconta la storia di una sfida e di una passione insieme dolce e caparbia”, afferma il regista. “Ma questa sfida è anche un modo di esplorare alcuni temi che mi affascinano: quanto influisce sulle nostre azioni lo sguardo degli altri? Quale conflitto interiore si accende nel confronto con questo tipo di censura? In ogni caso è importante che le due protagoniste non siano percepite come vittime, ma come eroine che combattono per il loro amore”.


Già presentato al Festival di Toronto e accolto con entusiasmo da pubblico e critica “Deux – two of us” è un racconto senza tempo e senza età di due donne che per 20 anni si sono amate con grande fedeltà e rispetto “fingendo” di essere vicine di casa, in realtà nascondendo agli occhi del mondo una passione unica, salda e vitale. Una pellicola che affronta un tema delicato e poco visto al cinema ovvero età e omosessualità e lo fa con grazia e garbo, quello stesso delle sue strepitose protagoniste, davvero ad un livello eccelso.


“Omnia Vincit Amor et nos cedamus amori” avrebbe detto Publio Virgilio Marone qualche millennio fa. Perchè è proprio questo il nocciolo della questione.
L’amore vince (su) tutto e tutti, aggiungerei, arrendiamoci anche noi all’amore.
L’amore quello vero, quello che nasce dal cuore puro e dalla profondità del sentimento, che non è legato all’estetica, all’età, al denaro o al giudizio, ma ad una naturale, inspiegabile meravigliosa connessione di anime e sentimenti. Sgorga dal cuore come una fontana inesauribile e non ha razionale. E’ semplicemente, perchè l’amore è. Si prova, non si spiega.


Dunque tutto ciò che sta intorno, che giudica, che vorrebbe mettere i puntini sulle “i”, che vorrebbe logica anche quando non è il caso, quello sguardo esterno che non potrebbe capire, quella società che potrebbe “sporcare qualunque cosa viene giustamente esclusa dalle due donne, Nina (Barbara Sukowa) e Mado (Martine Chevallier) che appena possono daranno libero sfogo al loro amore, ma pur sempre proteggendosi tra le mura di casa.


E’ un conflitto reale quello di non sentirsi liberi di dire la verità e di essere ciò che si è, è una scelta di verità che non tutti sanno o possono voler affrontare, eppure. Che male c’è ad amarsi, solo ad amarsi? E’ uno dei temi del film, l’inconfessabile verità quasi come fosse una colpa, qualcosa di meraviglioso di cui invece doversi vergognare. E’ questo che vogliamo? Una vita di finzione?


La loro è una forma di protezione che naturalmente non è destinata a durare perchè il destino, la vita, la famiglia troveranno sempre il modo di entrare subdolamente o meno a testare la forza di un legame all’apparenza cosi solido.
Ed è qui che il film prende decisamente la piega più interessante.
Accade l’imprevisto, l’incidente se così vogliamo chiamarlo che sconvolgerà per sempre non solo la vita delle due donne ma anche quello delle persone a loro legate.
Un brillante disvelamento di segreti, intimità, gesti d’amore e follie, flashback e redenzione, ma anche vendette e ripicche.  Mereghetti, attraverso la storia delle protagoniste, fa affiorare le meschinità e le cattiverie di due altre donne coprotagoniste, la figlia di Mado e quella che diventerà la sua badante.


Come a dire che sono le donne stesse ad opprimere le donne, che basterebbe una verità ben rivelata per mettere fine a tutto. Grandi gesti e sentimenti da un lato, meschinità e bassezze dall’altro. In un parallelo decisamente interessante di analisi al femminile, su quanto siamo disposti a dare, a credere, a giudicare, a perdonare, a comprendere. Quanto la mera materia e il giudizio possano influire sulle nostre capacità di procedere se in noi non abita davvero l’amore.


E’ un cammino nobile, alto ed elegante quello invece dell’amore, che non può rallentare, nè cedere, nè tanto meno perdersi davanti alla piccola umanità, è l’amore che addirittura ti guarisce, ti rialza da una sedia a rotelle e ti fa aprire le braccia e il sorriso, ti fa vivere. L’amore non è la mera sopravvivenza che si sono autoinflitte la figlia e la badante, ma sono le scintille negli occhi che hanno Nina e Mado hanno mentre progettano di trasferirsi a Roma dove si sono conosciute trent’anni prima.
Come ha scritto San Paolo nel suo famosissimo inno all’amore


“Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli,
ma non avessi l’amore,
sono come un bronzo che risuona
o un cembalo che tintinna.
E se avessi il dono della profezia
e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza,
e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne,
ma non avessi l’amore,
non sarei nulla.
E se anche distribuissi tutte le mie sostanze
e dessi il mio corpo per esser bruciato,
ma non avessi l’amore,
niente mi gioverebbe.
L’amore è paziente,
è benigno l’amore;
non è invidioso l’amore,
non si vanta,
non si gonfia,
non manca di rispetto,
non cerca il suo interesse,
non si adira,
non tiene conto del male ricevuto,
non gode dell’ingiustizia,
ma si compiace della verità.
Tutto copre,
tutto crede,
tutto spera,
tutto sopporta.
L’amore non avrà mai fine”.

E come direbbe Marguerite Duras. C’est tout.

Autore dell'articolo: Elena Dal Forno

Elena è giornalista dal 1994. Si occupa di vita in generale, cinema, arte, tennis, cucina vegana. Quando non è al cinema è in viaggio. Spesso la cosa coincide.