El Angel, il crimine come diritto naturale

Luis Ortega si è ispirato alla storia di Carlos Robledo Puch, conosciuto come “l’angelo nero”, un ladro che, tra il 1971 e il 1972, uccise undici persone sparando loro alla schiena oppure mentre dormivano

Le vere storie sui criminali sono un grande business per l’industria cinematografica. E’ sufficienti guardare le ultime uscite su Netflix , c’è sempre un nuovo criminale di cui scoprire gli atti vili e un nuovo mistero da risolvere. Fa parte di questa mania punitiva che si sta diffondendo. Commettere un crimine ti dice velocemente chi sei. In un mondo in cui quasi nessuno sa chi è, il crimine ti dà un’identità, ti rende qualcuno.

Questo è ciò che rende l’Angelo del crimine, il titolo originale è El Angel, una drammatizzazione della vita del serial killer più famoso dell’Argentina. Dopo aver debuttato l’anno scorso al Festival di Cannes, il film si è fatto strada attraverso i festival di tutto il mondo, raccogliendo solide recensioni lungo la strada. Anche se è un po’ troppo autoindulgente, è un ritratto molto coinvolgente di un giovane completamente privo di un coscienza, una caratteristica chiave negli psicopatici più pericolosi del mondo.

Siamo a Buenos Aires nel 1971.  Carlitos è un diciassettenne che si contraddistingue per la sua spavalderia da star del cinema, i riccioli biondi e il volto da bambino. Quando nella sua nuova scuola incontra Ramón, insieme intraprenderanno un viaggio di scoperta, fatto di amore e di crimine. Per via del suo aspetto angelico, la stampa lo soprannomina “L’Angelo della Morte”. Ricoperto di attenzioni per via della sua bellezza, diventa una celebrità dal giorno alla notte.

“I crimini di Robledo avvennero durante un periodo di positivismo influenzato dalle teorie lombrosiane che sostenevano che la bruttezza fisica fosse un movente per commettere crimini (criminali nati con occhi sporgenti, pelle scura, naso aquilino, fronte spaziosa, denti storti)”, spiega Luis Ortega. Il vero Carlos Robledo Puch, interpretato nel film da Lorenzo Ferro (all suo esordio cinematografico), ha commesso crimini molto peggiori di quelli che il regista (che ha diretto il film e lo ha co-scritto con Sergio Olguín e Rodolfo Palacios) ha voluto mostrare sul grande schermo. Ortega, sembra più interessato al fascino e al bell’aspetto di Carlos. E questo, si scopre a breve, è la formula narrativa e filmica indovinata per restituire l’affascinante ritratto di un giovane che considera il crimine è un diritto naturale, incurante delle conseguenze delle sue stesse azioni che sarebbero continuate all’infinito se non fosse stato catturato.

In una scena particolarmente agghiacciante, Carlitos spara a due vittime addormentate colpevoli di aver offeso Ramón. E lo fa nella convinzione che la morte sia un’astrazione. Questo, nella sua mente distorta, lo induce a comportarsi come uno psicopatico senza però essere uno psicopatico. Al pari del film Ted Bundy, fascino criminale, anche L’Angelo del Crimine, al cinema dal 30 gennaio, ci vuole ricordare che i killer non sono dei mostri facili da riconoscere nella società e quindi evitabili, ma spesso degli insospettabili vicini di casa.

Si ritiene che Carlitos complessivamente abbia commesso oltre quaranta furti e undici omicidi.Oggi è il prigioniero più longevo nella storia dell’Argentina.

Autore dell'articolo: Floriana Lovino