Dove sono i tuoi occhi. Un nuovo lavoro discografico per Nada Malanima

Un nuovo singolo e il videoclip del brano “Dove sono i tuoi occhi occhi” segnano il ritorno di Nada. Un'anticipazione del nuovo disco di inediti, in uscita nel 2019, che segna ancora la collaborazione con John Parish.

Melodia, armonia, tempo, testo. Questo è una canzone. Un’architettura alchemica ne svela tutta l’evoluzione dall’intro e all’outro attraverso una voce, quella dell’interprete. Le canzoni accompagnano esistenze, lo sappiamo. Isolano momenti di una quotidianità alterata. Sono come vasi di pandora che, scoperchiati, lasciano manifeste emozioni, nostalgie, malinconie, gioie, universi storiografici, un patrimonio di dialoghi altrimenti muto o sordo. Di questa ricchezza, le voci degli interpreti sono anche insostituibili custodi. La voce sta ad una canzone come un vestito. L’interprete l’indossa. Per chi ascolta, la voce ne stira le pieghe, ne esalta le forme. Tutto questo, e tutto quello che non ha un ‘dire’ , fa di un interprete in divenire un beniamino, un’ icona, un mito, una leggenda.

 

È accaduto più o meno così a Nada Malanima in 50 anni di carriera. Mezzo secolo da celebrare nel 2019, con l’uscita di un nuovo disco di inediti per la Woodworm  Label  e distribuito da Artist  First, anticipato dal singolo, Dove sono i tuoi occhi, e dal videoclip che lo completa, diretto da Francesco Cabras e girato al Macro-Asilo, museo di arte contemporanea di Roma.

L’artista dalla ‘voce bassa, scura e spigolosa’, accompagnata nuovamente da John Parish come nel 2004 per l’album Tutto l’amore che mi manca, premiato come miglior album indipendente, torna con un altro testo che spalanca abissi emozionali. A tratti è disturbante: un inno alla disperazione, un’esaltazione della dipendenza dall’altro, chiunque egli sia. Vogliamo ascoltare questo lavoro come se mettesse in stridore di note e graffi vocali il monito a non vivere la presenza dell’altro come necessaria alla definizione del sé, alla conservazione della propria integrità. E il video alla fine offre la speranza per ribaltarne il senso funesto, anche se stremati da un ipnotico susseguirsi di ritratti umani. Nada indossa il suo vestito e ‘canta’ il dolore, traducendolo in esperienza vocale. Una prova di robustezza per quella voce riconoscibile che urla l’abbandono, la mancanza, l’assenza improvvisa, quella che impoverisce e alla fine rende ciechi e rende afona una bocca spalancata prima della catarsi, prima di rimettersi a guardare la vita attraverso gli occhi propri. Bentornata Nada.

 

 

Autore dell'articolo: Imma Tuccillo Castaldo