The Harvest, quando la semina non porta raccolto

The Harvest racconta la quotidianità della comunità sikh che vive nell'Agro Pontino, dove è vittima del caporalato agricolo e costretta all’uso di sostanza dopanti per aumentare la produttività

Gurwinder viene dal Punjab, da anni lavora come bracciate nelle terre dell’Agro Pontino. Da quando è arrivato in Italia, vive con il resto della famiglia sikh nella provincia di Latina. Anche Hardeep è indiana, ma parla con accento romano, e si impegna come mediatrice culturale.

Lei, nata e cresciuta in Italia, cerca il riscatto dai ricordi di una famiglia emigrata in un’altra epoca, lui è costretto contro le norme del suo stesso credo ad assumere  sostanze dopanti per reggere i pesanti ritmi di lavoro e mandare i soldi in India. Le sue giornate nei campi possono durare fino a 14 ore in cambio di pochi euro

Sono loro i protagonisti di The Haevest di Andrea Paco Mariani, un docu-musical che per la prima volta unisce il linguaggio del documentario alle coreografie delle danze punjabi, raccontando l’umiliazione dei lavoratori sfruttati dai caporali.

Un duro lavoro di semina, fatto giorno dopo giorno, tra permessi di soggiono da rinnovare e buste paghe fasulle. Da quando Gurwinder ha deciso di ribellarsi e rivendicare i suoi diritti, dopo essere entrato in contatto con la coop. In Migrazione, per lui trovare lavoro nelle aziende agricole pontine è sempre più difficile. Ma nonostante le quotidiane ritorsioni, continua a denunciare e chiedere giustizia per lavoratori e lavoratrici.

Dal 3 dicembre The Harvest è fruibile su di OpenDDB, la prima rete distributiva di produzioni indipendenti in Europa. Il docu musical è stato presentato lo scorso marzo da Wu Ming 1, al secolo Roberto Bui, scrittore, al VAG16 di Bologna.

È un film che parla di braccianti, di lavoratori avventizi dell’agricoltura, in nero, precari, soggetti al caporalato nell’ agro pontino“, spiega    “All’inizio vedi che portano il turbante ed è importante tematizzare il fatto che sono lavoratori indiani, per la maggior parte sikh, ok…?  Ma dopo un po’ che guardavo, vedevo dei dopo un po’ sono lavoratori, sono lavoratori e basta,braccianti in lotta per condizioni di lavoro migliori. Questi agricoltori stanno ripetendo, senza saperlo, stanno riproponendo cose che qui da noi, hanno fatto fra la fine dell’800 e gli anni ’60 -’70 del ventesimo secolo i braccianti italiani autoctoni: la prima autorganizzazione di classe, senza ancora organizzazioni vere e proprie. Vedrete che qui vengono utilizzati i templi sikh come vere e proprie case del popolo, luoghi dove lo sciopero si organizza, dove si fanno i preparativi, dove proprio vengono preparate le campagne”-

Ma cosa c’è dietro questo agroalimentare? Che sfruttamento c’è dietro questa industria? Per Wu Ming 1, uno spiraglio ci viene aperto da questo film.Questo film tra l’altro racconta qualcosa che non è affatto inusuale, in Italia se guardiamo sia la logistica, sia l’agricoltura e altri settore. Le lotte più interessanti le stanno facendo gli immigrati, insieme a italiani il più delle volte, ma c’è una composizione sociale che è prevalentemente immigrata e questa è una cosa che dobbiamo tenere a mente perché a sinistra, perfino in aree di movimento, si sono affacciati negli ultimi tempi discorsi anti-immigrati, basati su stereotipi e addirittura su decontestualizzazioni di frasi di Marx e Engels sull’esercito industriale di riserva, sul fatto che gli immigrati abbassano i salari, i diritti e le condizioni di lavoro di tutti gli altri quando invece nelle lotte di lavoro che portano avanti, ottengono cose anche per i loro colleghi italiani. Quindi bisogna stare molto attenti ed è una boccata di aria fresca vedere film come questo“.

 

Autore dell'articolo: Monica Straniero