Immigrazione? Quanta retorica e confusione

Per Antonio Ciniero, intervistato da TheSpot.news "la politica disumana dei porti chiusi è in linea con l'approccio italiano alla gestione dei flussi migratori degli ultimi anni"

La questione dell’immigrazione dimostra che la maggior parte delle convinzioni più radicate nel senso comune delle persone non sono altro che erronee semplificazioni della realtà. L’intervista a Antonio Ciniero, docente di Sociologia delle migrazioni all’università del Salento,

 Perché si continua a distinguere migranti economici e migranti politici?

 La distinzione tra migranti economici e politici è una distinzione operata sulla base delle cause che spingono un soggetto alla migrazione. È la Convenzione di Ginevra che stabilisce chi può chiedere l’asilo politico, chi, in definitiva possa essere considerato un migrante politico, e secondo questa convenzione è un rifugiato chiunque abbia timore di essere perseguitato «per la sua razza, la sua religione, la sua cittadinanza, la sua appartenenza a un determinato gruppo sociale o le sue opinioni politiche e si trovi fuori dello Stato di cui possiede la cittadinanza e non può o, per tale timore, non vuole domandare la protezione di detto Stato». Un migrante politico quindi è un soggetto costretto alla migrazione che deve essere accolto e tutelato, non perché siamo buoni, o buonisti, come ripetono i razzisti italiani, ma perché lo sancisce una convenzione internazionale che l’Italia e tutti i paesi dell’UE hanno sottoscritto. Una convenzione, tra l’altro, che andrebbe ampliata visto che non prevede, per esempio, la tutela per coloro i quali sono costretti a lasciare il proprio paese per cause ambientali, un flusso migratorio che sta crescendo sempre più a livello planetario!

La distinzione tra migranti politici ed economici però, nel corso degli ultimi anni, nel discorso pubblico dei paesi europei, e dell’Italia in particolare, è stata presentata, sempre più spesso, non solo come una definizione giuridica o analitica ma come una distinzione sulla base della quale differenziare i migranti “meritevoli” da quelli “non meritevoli”, quelli da accogliere, i migranti politici, dai migranti da respingere, i migranti economici. Si è assistito ad un processo di criminalizzazione per molti aspetti inedito, per la prima volta, chi migra per cercare un lavoro, chi tenta di dare una risposta individuale ai processi di continua sperequazione economica, chi aspira ad un destino migliore per sé e la propria famiglia è descritto come una minaccia, come un soggetto da espellere.

 Quali sono le criticità dell’attuale sistema di accoglienza?

La principale criticità dell’attuale sistema di accoglienza è data proprio dalla chiusura delle frontiere, dal fatto che non si prevedano, oramai da anni, modalità regolari di ingresso. Le migrazioni sono costrette all’irregolarità proprio dalla gestione politica e normativa dei flussi! Questo sistema non funziona, se l’obiettivo è quello di tutelare la vita delle persone che partono e garantire loro una reale accoglienza, e il fatto che non funzioni lo dicono i dati. Le miglia di morti in mare non sono una casualità, ma diretta conseguenza della politica di chiusura delle frontiere che costringe i flussi a vie irregolari e pericolose!

Come dicevo prima, oggi, il sistema di accoglienza è pensato solo per i migranti che richiedono protezione, l’Italia non emana decreti flussi ordinari dal 2009! Quindi, chiunque voglia giungervi per lavorare, semplicemente non lo può fare! Chiedere asilo, a prescindere dal fatto che si sia o meno perseguitati, è l’unica possibilità per aspirare ad avere un titolo di soggiorno regolare. Inoltre, si sottovaluta il fatto che non sempre la vita dei singoli può essere incasellata all’interno di rigide dicotomie. Un soggetto può essere al tempo stesso un migrante politico ed economico. Si prenda ad esempio il caso di chi oggi giunge in Europa dai paesi subsahariani. Il suo viaggio può durare anche anni, ha costi elevati e presenta difficoltà enormi. Può succedere che un soggetto partito per ricercare lavoro, lungo il percorso migratorio diventi oggetto di vessazioni, persecuzioni, violenze, incarcerazioni arbitrarie. È quanto avviene abitualmente in Libia. Si può far finta di non vedere, come ha fatto il precedente Ministro degli Interni e come continua a fare l’attuale, ma questo è quello che avviene!

L’attuale sistema di accoglienza italiano è pieno di contraddizioni. Non sorprende, visto che si tratta di un sistema pensato nel 2011 e consolidatosi durante la cosiddetta “Emergenza nord Africa”, quando era Ministro dell’Interno Roberto Maroni. È un sistema che crea, inevitabilmente, contraddizioni. Perché contradditorio è l’approccio europeo e italiano alle migrazioni, un approccio in continua tensione tra esclusione ed inclusione, nella gran parte dei casi subalterna, vedasi la retorica, che tanto terreno fertile ha trovato anche a sinistra, del lavoro gratis dei rifugiati fatto per ricambiare l’accoglienza.

Un sistema dove si verifica un processo di continua circolarità tra formale e informale, in cui queste due dimensioni si sovrappongono in maniera tale da rendere difficile dire dove finisce l’uno e dove inizia l’altro. I luoghi di accoglienza istituzionali, i CARA, per esempio, in tutte le regioni meridionali, sono, quasi sempre, contigui ai ghetti e ai campi nei quali risiedono i braccianti sfruttati in agricoltura, e la gran parte di chi sta nei CARA, per non dire la quasi totalità, lavora a condizioni di grave sfruttamento proprio in agricoltura, in un sistema che sospende, in Italia, nel cuore dell’Europa, i più elementari Diritti Umani.

 Cosa ne pensa dell’attuale politica dell’immigrazione adottata dal Governo?

 Le iniziative messe in campo dal neo Ministro degli Interni, nonostante il tentativo di presentarle come nuove, si pongono in perfetta continuità con gli interventi in materia di politica migratoria e di governance dei flussi attuati dall’Italia e dall’UE da almeno un trentennio. Le vicende legate alla chiusura dei porti, il fatto che centinaia di persone siano costrette a stare per giorni in mare dopo essere sati salvate, mostrano senza filtri il cinismo e l’aspetto inumano della gestione delle migrazioni anche al grande pubblico, ma non rappresenta un ribaltamento dell’approccio italiano alla gestione dei flussi migratori degli ultimi anni.

Dall’adozione degli accordi di Schengen in poi, la chiusura delle frontiere e la selezione degli ingressi è stata, e continua ad essere, la bussola di tutti gli interventi normativi in materia migratoria del nostro paese, come lo è delle legislazioni nazionali di quasi tutti i paesi europei e dell’Ue nel suo complesso.

Nel nostro paese però, più che altrove, i vari tentativi di ridurre il numero degli ingressi irregolari non solo sono sistematicamente falliti, ma hanno generato un paradosso (solo apparente): quanto più le leggi diventavano repressive e restrittive, quanto più erano orientate a ridurre la clandestinità, tanto più l’irregolarità di soggiorno cresceva (sia l’irregolarità di ingresso, che la cosiddetta irregolarità sopraggiunta). I sedici anni di applicazione della cosiddetta legge Bossi-Fini lo hanno mostrato chiaramente. Ovviamente non è casuale, e l’irregolarità in Italia è aumentata più che altrove perché il nostro paese non ha, a differenza di altri paesi europei, dei meccanismi di regolarizzazione permanenti, ma ha avuto solo sporadiche sanatorie una tantum.

Questa situazione è nota e assodata da tempo negli studi in materia, le politiche di chiusura delle frontiere, storicamente, più che ridurre il numero degli ingressi, hanno, tutt’al più, contribuito a riorientare i flussi, soprattutto nel breve e medio periodo. Si pensi a quanto avvenuto in Europa negli Settanta, dopo l’emanazione delle cosiddette politiche di stop da parte dei paesi dell’Europa centro settentrionale, o più recentemente, nel 2016, dopo gli accordi tra UE e Turchia. Le politiche restrittive però non sono in grado di ridurre gli ingressi nel lungo periodo perché la pressione migratoria è indipendente dalle politiche migratorie. Questo è un dato di fatto che non si può continuare ad ignorare.

 

Antonio Ciniero

Rischiamo di diventare un paese di “soli italiani”?

 Me lo auguro! Nel senso che mi auguro che finalmente siano allargati i diritti di cittadinanza nel nostro paese! In Italia sono oltre un milione e duecentomila i ragazzi e le ragazze senza la cittadinanza italiana che hanno meno di vent’anni. Ragazze e ragazzi nati in Italia, oppure arrivati da piccolissimi, alcuni addirittura figli di genitori nati in Italia, che per lo stato italiano continuano ad essere stranieri.  Ragazzi e ragazze che, in moltissimi casi, non si sono mai spostati dal suolo italiano, nemmeno per un solo giorno, la cui permanenza in Italia è sottoposta ai dettami di quanto previsto dal Testo Unico sulle Migrazioni. Oggi oltre un milione di italiani non riconosciuti come tali risultano di fatto “cittadini di seconda classe”, stigmatizzati a causa delle loro origini, o delle origini dei loro genitori, e delle caratteristiche presupposte delle loro culture di provenienza. Sono cittadini che continuano ad essere sottoposti a continuo controllo e sorveglianza, anche solo per il fatto di voler fare un semplice viaggio. Tutto ciò, semplicemente, non è accettabile, umanamente prima che politicamente.

Autore dell'articolo: Redazione