Flee, un faro puntato sulla tragedia dei profughi afgani

Un film straordinario che è già nella storia del cinema, il primo a essere candidato all'Oscar come miglior film internazionale e al contempo come miglior documentario e miglior lungometraggio d'animazione.

Mentre tutti gli occhi oggi guardano ad est e alla drammatica situazione ucraino-russa, dal 10 marzo al cinema si torna a parlare di Afghanistan, con lo straordinario film “FLEE”, di Jonas Poher Rasmussen, coprodotto con Danimarca, Francia, Svezia, Norvegia, Stati Uniti e Slovenia. Una storia comunque universale perchè ogni guerra va condannata in quanto contraria allo spirito di vera humanitas che dovrebbe abitare i cuori di ognuno di noi. Apparteniamo ad un’unica razza,  ogni guerra causa dolore, distruzione, tragedie che potrebbero essere largamente evitate.

In Flee è lo stesso Amin Nawabi, nome di fantasia per tutelare il vero protagonista, a ricordarci della stupidità di non essere all’altezza dell’umanità che abbiamo innata. Il suo incontro con il regista avviene su un treno che entrambi prendono per andare a scuola e quel ragazzino un po’ scuro spicca tra i biondissimi coetanei del filmamker che incuriosito gli diventa amico. Siamo in Danimarca, dove Amin è riuscito a rifugiarsi scappando da Mosca convinto di andare in Svezia dove ad attenderlo ci sarebbero stati dei suoi congiunti. E invece viene “abbandonato” a sè stesso in una terra sconosciuta perchè il traffico illecito di chi gli poteva garantire il viaggio della speranza può solo portarlo fino a lì. Così deve ricostruirsi una vita da zero e da solo. E ce la farà perchè ha uno spirito dentro indomabile, diventa un accademico di successo e il film si apre proprio quando sta per sposarsi con Kasper, il compagno che lo sostiene e lo supporta in ogni battaglia, anche quella contro sè stesso.

Amin infatti continua a rimandare le nozze e a rifugiarsi in incarichi di prestigio all’estero. Jonas, il regista che lo conosce da bambino, resta sorpreso da questo comportamento poco coerente e decide di andare a fondo.

Senza conoscere l’intera portata della storia di Amin, Jonas vide un immigrato afgano che si acclimatò bene alla Danimarca grazie ad una forte etica del lavoro e grandi capacità sociali. Inconsapevole fino a molto tempo dopo che il viaggio del suo amico verso l’età adulta era una storia straordinaria come nessun’altra. A partire dalla morte di suo padre a Kabul quando era un bambino, e arrivando fino a Mosca, quando i membri della sua famiglia hanno fatto diversi tentativi strazianti di reinsediarsi in Europaoccidentale, l’infanzia di Amin è stata definita da periodi di attesa, speranza – e fuga. Dopo il liceo, Jonas ha iniziato a fare documentari radiofonici, e lui e Amin hanno pensato di
lavorare insieme su una storia sul passato di Amin, ma quest’ultimo non era ancora pronto a venire a patti con le sue esperienze – troppo dolore e sofferenza sono rimasti nascosti sotto la superficie, e temeva sia per la sua sicurezza che per quella della sua famiglia, così abbandonarono l’idea sapendo che l’avrebbero visitata di nuovo al momento giusto.

Jonas quindi chiede ad Amin di ripercorrere il suo passato attraverso una serie di sedute quasi psichiatriche, disteso su un lettino, dove lui riprende ogni ricordo, ogni tremore, ogni variazione di dolore. E’ un viaggio tremendo quello che deve compiere il ragazzo afgano, disotterrando dalle macerie della memoria e della vita emozioni laceranti e dolorosissime. Cosa significa fuggire per aver salva la vita, lasciar andare tutto quel che hai, anche i tuoi affetti più grandi, ripartire da zero e senza nulla in un paese sconosciuto, con una lingua da reimparare ed una sessualità differente da affermare. Un percorso necessario però per riuscire finalmente a liberarsi da un passato che gli stava impedendo di vivere appieno il futuro.

La tecnica dell’animazione in questo è stata strepitosamente azzeccata. Mantiene la verità della storia, la distanza dalla vera identità, ma permette per esempio di avere la vera voce di Amin a raccontare la vicenda. Questo rende il tono di tutto il film emotivamente altissimo.

La tecnica si intervalla anche ad immagini di repertorio vere, il che aggiunge quell’ulteriore peso sullo stomaco della stupidità umana di cui sopra. Purtroppo è tutto vero, purtroppo facciamo cose orribili. Per fortuna qualcuno come Amin si salva e, nonostante tutto, ama la vita.

Superfluo dire che se di questi tempi si va al cinema questo è da non perdere, e non a caso è già nella storia del cinema come primo film ad essere candidato all’Oscar come miglior film internazionale e al contempo come miglior documentario e miglior lungometraggio d’animazione.

 

Autore dell'articolo: Elena Dal Forno

Elena è giornalista dal 1994 e vegana dal 2011. Si occupa di vita in generale, cinema, arte, tennis, cucina vegana. Quando non è al cinema è in viaggio. Spesso la cosa coincide.