Tokyo 2020: saranno le Olimpiadi dello stress?

Imprese olimpiche offuscate dai tanti stop a causa della pressione psicologica. Eppure lo stress aiuta a vincere (parola di Tamberi e Jacobs)
simone biles a Tokyo 2020

Nonostante i tanti record e le imprese straordinarie che si stanno compiendo a livello sportivo nell’Olimpiade nipponica, c’è il serio rischio che Tokyo 2020 sarà ricordata come l’edizione dei Giochi Olimpici dello stress e dell’ansia da prestazione.

Questo perché sono stati tanti i casi di atleti che, clamorosamente, hanno infranto i loro sogni adducendo proprio ad una sorta squilibrio tra le sollecitazioni ricevute dall’esterno e le risorse, fisiche e mentali a disposizione, tanto da far sembrare che la difficoltà di tenuta mentale sia diventata, in ambito sportivo, un malessere generazionale.

Il crollo della Biles

L’esempio più eclatante è certamente quello di Simone Biles, la ginnasta statunitense campionessa olimpica ai Giochi di Rio 2016 e cinque volte campionessa del mondo all-around. Parliamo di un’atleta che certamente di pressioni ne ha ricevute non poche visto che è la prima ginnasta nella storia ad aver vinto cinque titoli mondiali nel concorso individuale e la prima a vincerne tre consecutivamente, oltre ad essere la ginnasta ad aver vinto più titoli mondiali in assoluto. Insomma, il suo ritiro dalle competizioni proprio durante i Giochi sembrava impossibile eppure è accaduto. “Non appena metto piede sul tappeto siamo solo io e la mia testa e ho a che fare con i demoni… Devo fare ciò che è giusto per me e devo concentrarmi sulla mia salute mentale. Dobbiamo proteggere la nostra mente e il nostro corpo piuttosto che fare ciò che il mondo si aspetta da noi“, le sue parole quando ha deciso, tra lo stupore generale, di lasciare la competizione a squadre dopo il primo salto. La fuoriclasse Usa ha utilizzato la parola “twisties” che corrisponde a una sorta di improvviso senso di vuoto che colpisce gli atleti durante una prova sportiva.

Biles su istagram

Il dibattito social

Il numero uno del tennis Nole Djokovic, intervistato sulla Biles ha rilevato che “La pressione nello sport è ciò che fa eccellere, ma bisogna saperla reggere“, scatenando un dibattito sui social – prima di crollare anche esso nella semifinale olimpica e decidere ritirarsi anche dal doppio misto – ma, certamente la crisi che ha colpito la Biles è solamente la punta di un macigno che ha coinvolto moltissimi atleti in queste Olimpiadi: basti pensare – guardando solo all’ambito nazionale – al caso della nuotatrice azzurra Benedetta Pilato che, dopo essere stata squalificata nelle batterie di qualificazione dei 100 rana – dove era accreditata di una medaglia sicura – ha rinunciato alle staffette decidendo di rientrare in Italia prima del previsto a causa di un “momento buio”: “Avrei voluto fare di più. È la frase che mi ripeto da due giorni nella testa con le lacrime agli occhi. Sono partita con un obiettivo e purtroppo torno a casa con un po’ di delusione. Mi serve per crescere, per maturare e per riuscire meglio la prossima volta” ha scritto su instagram la sedicenne italiana. E lo stesso Federico Burdisso, nonostante un prodigioso bronzo nei 200 farfalla ha raccontato “Sto soffrendo molto di tensione e ansia in questo periodo, ho avuto molto stress.  Non volevo neanche farla questa gara”.

Stress protagonista olimpico mondiale?

Stress e pressione psicologica elementi di copertina, dunque, di un’edizione olimpica atipica e, certamente, caratterizzata dal periodo di quarantena per la pandemia che ha obbligato il rinvio di un anno proprio dei Giochi. E, probabilmente, segnali che evidenziano quanto lavoro vi sia alla base della riuscita di un campione, come evidenzia la rilevanza dei mental coach e di una sempre maggiore attenzione rivolta allo spirito (oltre che alle prestazioni) e all’ottimizzare le situazioni maggiormente destabilizzanti a livello “di testa”.

Le sconfitte di Serena Williams e dei Patriots di Brady fanno storia

Vero è che la l’aspetto emotivo ed emozionale da sempre gioca brutti scherzi: basti solo ricordare le sconfitte della campionessa di tennis Serena Williams che, dopo aver conquistato 23 titoli dello Slam, è riuscita sempre a mancare  quel 24esimo titolo dello Slam che la porterebbe al vertice del tennis mondiale di tutti i tempi alla pari con la leggendaria Margeret Smith Court, (ricordiamo le 4 finali perse con avversarie meno titolate e anche l’onta della sconfitta patita dalla nostra Errani agli Us Open 2015 in una indimenticabile semifinale); o i New England Patriots, team di football americano che riuscì a perdere un Superbowl già vinto nonostante avesse disputato la perfect season 2015, ovvero arrivando a giocarsi il titolo senza incappare in sconfitte. Insomma, problemi e difficoltà sono sempre in agguato ma forse, grazie anche alle nuove generazioni, stiamo cominciando ad avere più elementi per descrivere sensazioni e stati d’animo che alterano le prestazioni e che sollecitano oltre i limiti la nostra tenuta fisica e soprattutto emotiva.

Eppure lo stress fa vincere (se saputo gestire)

Lo stress è un problema serio e gestirlo non è sempre facile, soprattutto nelle competizioni. E questo è un problema sempre più diffuso tra la popolazione, perché viviamo in una società troppo competitiva e con ritmi eccessivi. Inoltre, con la pandemia lo stress è aumentato molto e ora ci sono tante persone con problemi di tipo psicologico soprattutto tra giovani e giovanissimi“, ha spiegato all’Adnkronos David Lazzari, presidente del Consiglio nazionale dell’Ordine degli psicologi (Cnop), analizzando il crollo proprio della Biles.

Eppure “Imparare a gestire lo stress è possibile ed esistono strategie efficaci, soprattutto nello sport“: del resto, da italiani abbiamo recentemente potuto constatare come un buon clima psicologico consenta di arrivare a successi importanti, come è accaduto agli straordinari Europei di calcio conquistati dalla nazionale di Mancini o anche solo pensando alle fresche, storiche, imprese di Marcell Jacobs e Gianmarco Tamberi, che tante sollecitazioni emotive hanno dovuto vivere per arrivare alla gloria.

Autore dell'articolo: Marco Michelli