Al Torino Film Festival The Salt in our waters

Al Torino Film Festival, Fuori Concorso, arriva Rezwan Shahriar Sumit con il suo quinto film che ripropone lo scontro uomo-natura

The Salt In Our Waters, in concorso al Festival di Torino, racconta la storia di un paese – e in particolare di una comunità – del Bangladesh, alle prese con gli effetti inevitabili del cambiamento climatico sull’ordine naturale delle cose.

L’incarnazione della modernità in questa storia è lo scultore Rudro (Titas Zia), che arriva in un remoto villaggio di pescatori con alcune delle sue opere. I pescatori sono incapaci di apprezzare le sue sculture, convinti che siano idoli. The Salt In Our Waters sembra essere una visione abbastanza lucida dei modi in cui tradizioni radicate nel tessuto locale resistano alla marea crescente dell’egemonia della società contemporanea.

Rudro è un artista che entra in un mondo in cui non c’è spazio per la creatività. Quando i pescatori non sono in mare, tessono reti e, come afferma il nuovo amico Bashar (Ashok Bepari): “una brutta giornata di pesca significa che qualcuno perde un pasto”. Ma questa storia va oltre il consueto conflitto tra il vecchio contro il nuovo.

 La gente del posto accusa Rudro e i suoi “oggetti diabolici” per il fallimento dell’annuale battuta di pesca alla Alosa orientale. L’autorità del capo villaggio viene messa in discussione da un uomo volitivo e formidabile, ma non abbastanza da resistere alla forza stessa delle acque che circondano la sua casa. La performance del protagonista trasmette il disagio di un topo di città alle prese con un mondo completamente alieno e maschilista dove spicca la figura di Tumi, una donna la cui ribellione consiste in una giornata trascorsa con Rudro e il suo fratellino in una nave da carico abbandonata.

Il direttore della fotografia Chananun Chotrungroj illumina la scena con un bagliore quasi soprannaturale, come se  ci trovassimo in un luogo fino ad ora non toccato dalle devastazioni del mondo moderno. I colori risaltano di vivida energia, lasciando il posto a un’oscurità inquietante quando il terzo atto vede una tempesta passare su questo ambiente caleidoscopico, cambiandolo per sempre.

Due analisi, quella socio-antropologica e quella ecologica,  sono fortemente correlate e conferiscono al film uno spessore che va oltre la morale didattica sul cambiamento climatico e rende il messaggio del film, ribadito a più riprese, più accessibile e naturale.

 

 

Autore dell'articolo: Monica Straniero