La linea del colore di Igiaba Scego

Racconta la storia di due donne vissute in epoche differenti ma legate da un doppio filo: quello dell’arte e quello del colore

Quanti di noi scendendo oggi da un treno a Roma Termini ricordano i Cinquecento cui è dedicata la piazza antistante la stazione? È il febbraio del 1887 quando in Italia giunge la notizia: a Dògali, in Eritrea, cinquecento soldati italiani sono stati uccisi dalle truppe etiopi che cercano di contrastarne le mire coloniali. Un’ondata di sdegno invade la città. In quel momento Lafanu Brown sta rientrando dalla sua passeggiata: è una pittrice americana da anni cittadina di Roma e la sua pelle è nera. Su di lei si riversa la rabbia della folla, finché un uomo la porta in salvo.

La linea del colore, ultimo romanzo di Igiaba Scego (Bompiani, pp. 384, euro 19) con un titolo che omaggia l’intellettuale afroamericano W.E.B Du Bois, ha anche un sottotitolo ossia: Il Grand Tour di Lafanu Brown. E la storia di due donne che vivono in due epoche storiche differenti. Lafanu nasce in America durante le lotte abolizioniste, giunge in Europa per diventare un’artista vera, si stabilisce a Roma quando non è ancora la capitale d’Italia e qui cerca di farsi largo tra gli artisti bianchi per conquistare il suo posto nel mondo dell’arte.

Igiaba trova nella figura di Lafanau, nata  da un padre haitiano e da una madre nativa americana, la vita di due ragazze afrodiscendenti realmente esistite: la scultrice Edmonia Lewis e l’ostetrica e attivista Sarah Parker Remond, giunte in Italia dagli Stati Uniti dove fino alla guerra civile i neri non erano nemmeno considerati cittadini. Il sogno di diventare una artista prende inizialmente la forma di Betsebea McKenzie, ricca vedova abolizionista la cui “protezione” non eviterà a Lafanu di dover fare i conti con un sistema razzista in cui la violenza è la sorte riservata a una ragazza nera che osa uscire dai confini in cui la società la vuole rinchiudere. A Lafanu si affianca Leila, ragazza di oggi che vive in Italia. È una curatrice d’arte impegnata su una mostra dedicata alla pittrice che cerca di aiutare la cugina Binti, desiderosa di fuggire da una Somalia che stenta a trovare la sua normalità dopo la guerra civile.

La linea del colore sembra chiudere la trilogia sulla violenza coloniale inaugurata da Scego con Oltre Babilonia e Adua. Un romanzo che tratta in modo efficace tutte le tematiche a lei care: colonialismo, razzismo, femminismo, vecchia e nuova  emigrazione, mescolamento di culture e popoli e radici originarie. La linea del colore si fa anche storia dell’immigrazione  costringendoci a guardare un mondo in cui chi ha un passaporto “forte” è libero di muoversi mentre chi vive nel Sud del Mondo rischia la vita intraprendendo un viaggio senza ritorno per sfuggire ad un destino già segnato.

La vita di Lafanau e Leila in una voce sola, quella dell’autrice, giornalista e scrittrice italiana di origine somala che nei suoi romanzi smonta puntualmente il mito del colonialismo buono degli italiani. Un paese che rifiuta di fare i conti con la stua storia coloniale, dei suoi crimini e dei suoi paradossi.

La linea del colore colpisce con la sua veridicità per tracciare un ritratto potente sulla vita di tante donne africane prese con la forza o con l’inganno per avere una sposa di compagnia, come Indro Montanelli e la sua sposa bambina (che lui chiamava il mio animalino) acquistata per 500 lire insieme a un cavallo e un fucile.

Autore dell'articolo: Monica Straniero