Il gusto del proibizionismo a New York, gli speakeasy

Nella Grande Mela sono tornati di moda gli speakeasy, bar segreti ispirati agli anni "20"

A New York non mancano certo gli speakeasy. Ci sono bar nascosti dietro cabine telefoniche, caffetterie, enoteche e persino gelaterie. Tradotto in italiano sta letteralmente per “parlar piano e con tranquillità”. Luoghi misteriosi per evocare il periodo del proibizionismo (1920-1933) e l’esistenza di bar che vendevano illegalmente le bevande alcoliche. Circa l’origine del nome, esistono due teorie: secondo la prima, esso deriverebbe dall’esclamazione “Speak easy, boys!”,con cui alla fine dell’Ottocento una barista di Pittsburgh era solita zittire i clienti ubriachi per paura di attirare l’attenzione delle autorità. Secondo la seconda ipotesi, invece, “Speak easy” era una frase con cui i gestori di questo tipo di bar, spesso membri della criminalità organizzata, raccomandavano agli avventori di tenere la bocca chiusa.

Ora, il “casello” fantasma di turno è un distributore automatico vintage targato Coca-Cola, attraverso il quale gli ospiti si ritrovano in uno spazio moderno in netto contrasto con le illuminazioni da paninoteca del ristorante Loulou, aperto da appena un anno. Mathias Van Leyden, uno dei soci, ha dedicato il nome della stanza segreta –  “The Flask” –  al suo cane da salvataggio. E’ la mascotte del bar e le immagini che lo ritraggano con un cappello in testa, tappezzano tutte le pareti del nuovo bistrot.

Qui le cose si fanno in grande. Appena varcata la soglia del rifugio, l’ambiente al neon della tavola calda si dissolve e si viene accolti da un’eleganza scura e spigolosa che si intona con i dettagli tradizionali degli speakeasy. I banconi con gli sgabelli di velluto, le mitiche bottiglie di liquore color ambra perfettamente allineate sugli scaffali. Il bar è fiocamente illuminato ed ecletticamente arredato con toni dècor per ricreare l’atmosfera sovversiva e notturna dei luoghi originali. Tutto merito dell’estro visionario di un gruppo di architetti italiani, che proprio alle lororadici culturali attingono a piene mani per costruire atmosfere capaci di restituire quel fascino del proibito in un’epoca dove invece tutto è concesso.

Autore dell'articolo: Monica Straniero