Oro verde, alle radici del narcotraffico colombiano

In uscita l'11 aprile, il film di Cristina Gallego e Ciro Guerra racconta la radice del male seguendo le vicende di una famiglia indigena wayuu che inizia negli anni '60 il commercio di sostanze stupefacenti.

Una grande e tragica saga familiare, i meravigliosi volti degli indios, l’avidità, la passione, il matriarcato, la guerra, la marjiuana, i gringos, le tragedie, la civiltà (?), la follia. Tutto questo è Oro Verde, l’intenso e appassionato film che narra quasi 30 anni di storia colombiana attraverso le vicende di famiglie e amici appartenenti a tribù indigene della Colombia che iniziano quasi per gioco il commercio di sostanze stupefacenti.

La storia è naturalmente di quelle che lanciano dalle stalle alle stelle e come un boomerang di nuovo ti trafiggono il cuore. Una ennesima storia di come davanti al denaro ogni amicizia, cultura e tradizione può andare allegramente a quel paese. La sete di vendetta, soprattutto, diventa implacabile.

Saranno proprio gli onori traditi, i patti spezzati, gli ego feriti a far crollare ogni cosa, Sansone con tutti i filistei. E’ un film  bellissimo per chi ama il genere, assolutamente Tarantinesco con un pizzico di Jodorowski. Al contempo una tragedia greca ed una saga alla Gabriel Garcia Marquez.

E se del narcotraffico e della sua genesi sappiamo tutto o quasi, queste storie marginali legati alle tribù sono pezzi che al cinema non sono mai stati raccontati, in particolare questa che si svolge nel deserto de La Guajira. Tra gli anni ’70 e ’80 in Colombia si assiste a quel fenomeno detto della “bonanza marinbera” ovvero un’esportazione senza precedenti di cannabis verso gli Stati Uniti, con il benestare complice di tutte le autorità dei paesi coinvolti. Un traffico cui partecipano molti clan, che fino a quel momento erano stati pastori, agricoltori, nomadi. Sconvolgimenti relazionali ed esistenziali che travolgono le vite di tutti come se il fiume di denaro fosse uno tsunami dal quale non si può ricavare la felicità promessa.

Dicono Gallego e Guerra della loro opera: “E’ un film di gangster e spiriti, ma è anche una storia di donne di potere, forti, resilienti che aspettano il ritorno di uomini inconsapevoli, impulsivi, che parlano, trattano e si danno da fare. Intuizione contro ragione, innocenza contro vendetta, parola contro onore. Tutto per raccontare l’immane sciagura che ci avrebbe maledetto per sempre. Il grande tabù di cui non è permesso parlare. Come una brezza che sembrava essere arrivata per rinfrescare e che invece diventa una tempesta devastante. Quello che rappresentiamo è la vera faccia del capitalismo allo stato puro. Il nostro jayeechi, il nostro canto degli uccelli”.

Il popolo dei wayuu vive rispettando codici che non sono dissimili da quelli delle famiglie mafiose, alcune scene ricordano decisamente “Il Padrino” anche se in questo particolare film dovremo dire “La Padrina” dato il carattere anche matriarcale della gestione dei clan. Alcuni dei meravigliosi attori sono stati presi proprio tra le tribù locali dei wayuu anche se Ursula (Carmina Martinez) era già un’attrice di teatro prima di interpretare questo ruolo.

Il film ha vinto il premio al recente festival di Cannes alla Quinzaine des Realisateurs come miglior film straniero.

 

 

 

Autore dell'articolo: Elena Dal Forno

Elena è giornalista dal 1994. Si occupa di vita in generale, cinema, arte, tennis, cucina vegana. Quando non è al cinema è in viaggio. Spesso la cosa coincide.